MILANO – Giugno riparte dove maggio ci aveva lasciati, con la sfiducia degli investitori verso le indecifrabili traiettorie della politica commerciale dell’amministrazione Trump e i timori per un debito Usa che – parole del numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, di venerdì – può portare a un «crack» del mercato obbligazionario a stelle e strisce. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, domenica ha rassicurato che gli Usa «non faranno mai default».
I movimenti di fondo si vedono non tanto sull’azionario, ma altrove: dopo il weekend che ha riacceso il fronte dei dazi con Ue e Cina, il dollaro è tornato a pagare pegno. Una lettura sotto le attese dell’indice Ism sulle aspettative del settore manifatturiero ha contribuito a farlo scivolare verso…
MILANO – Giugno riparte dove maggio ci aveva lasciati, con la sfiducia degli investitori verso le indecifrabili traiettorie della politica commerciale dell’amministrazione Trump e i timori per un debito Usa che – parole del numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, di venerdì – può portare a un «crack» del mercato obbligazionario a stelle e strisce. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, domenica ha rassicurato che gli Usa «non faranno mai default».
I movimenti di fondo si vedono non tanto sull’azionario, ma altrove: dopo il weekend che ha riacceso il fronte dei dazi con Ue e Cina, il dollaro è tornato a pagare pegno. Una lettura sotto le attese dell’indice Ism sulle aspettative del settore manifatturiero ha contribuito a farlo scivolare verso i minimi da tre anni, che aveva toccato a valle del Liberation day.
Intanto i rendimenti dei Treasury risalivano poco sotto il 4,5% sulla scadenza decennale e nei pressi del 5% sui trent’anni. Se per anni la forza del dollaro e i rendimenti dei titoli Usa si sono mossi a braccetto, sulla base delle aspettative di crescita americana, questa correlazione è ora ai minimi.
Come notava il Financial Times, il biglietto verde perde smalto per i timori recessivi e la perdita di fiducia verso Trump. Mentre il rendimento del debito sale per la prospettiva di extra-deficit legato al budget trumpiano: rischia di posare, in un decennio, 2.300 miliardi di disavanzo aggiuntivo sulla montagna del debito Usa.
Il downgrade di Moody’s e, di recente, la salita dei costi di assicurazione contro il default Usa (i cosiddetti cds) ai livelli di Grecia e Italia sono campanelli d’allarme. L’Europa sta in parte approfittando di questa rotazione: nei cinque mesi da inizio anno, otto dei dieci migliori listini sono targati Ue. Ieri gli analisti di Deutsche Bank scrivevano: «La lenta erosione del predominio statunitense sta aprendo spazi ad altri. L’Europa potrebbe trovare il suo momento. Carpe diem?».