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Il debito americano scotta come quello di Roma. E i mercati tifano “Taco”

(afp)
I Cds mostrano i danni delle politiche trumpiane. Angeloni (ex Bce): “La perdita di fiducia verso il dollaro si trasferisce sui Treasury”
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MILANO – Ma davvero gli Stati Uniti hanno le stesse probabilità di fallire della Grecia e dell’Italia? Ovvio che no: anche solo per il fatto che la Fed può stampare dollari, al contrario dei Paesi membri dell’euro. Quel che è vero, però, non è meno preoccupante per Washington e per i creditori dei 37 mila miliardi di dollari di titoli del Tesoro Usa. Il big money dei fondi, malgrado Wall Street continui a salire spinta dai riacquisti di azioni e dalla fiducia dei compratori al dettaglio, sta sfidando l’amministrazione Trump, la sua politica fiscale da cicala e un deficit che veleggia oltre il 7% del Pil.

Malgrado l’azionario abbia ripreso i massimi dopo i crolli di aprile, tutti gli altri indicatori mostrano tensione. Oltre alla…

MILANO – Ma davvero gli Stati Uniti hanno le stesse probabilità di fallire della Grecia e dell’Italia? Ovvio che no: anche solo per il fatto che la Fed può stampare dollari, al contrario dei Paesi membri dell’euro. Quel che è vero, però, non è meno preoccupante per Washington e per i creditori dei 37 mila miliardi di dollari di titoli del Tesoro Usa. Il big money dei fondi, malgrado Wall Street continui a salire spinta dai riacquisti di azioni e dalla fiducia dei compratori al dettaglio, sta sfidando l’amministrazione Trump, la sua politica fiscale da cicala e un deficit che veleggia oltre il 7% del Pil.

Malgrado l’azionario abbia ripreso i massimi dopo i crolli di aprile, tutti gli altri indicatori mostrano tensione. Oltre alla debolezza del dollaro e al debito pubblico, tornato su rendimenti al 5% sul trentennale, si allargano i credit default swap (Cds), le polizze per proteggersi dal crac del debito sovrano. Nel 2011 i Cds sull’Italia pagavano 550 punti base, un tasso prefallimentare: che difatti portò alle dimissioni del governo Berlusconi e l’austerità forzata del governo Monti. Oggi, in un contesto turbolento ma molto meno rispetto a quello che seguì il crac di Lehman Brothers, i Cds italiani a cinque anni sono poco sopra i 50 punti base. Significa che si paga un tasso dello 0,5% l’anno per cedere a una controparte i rischi di default del Btp. Siamo sui livelli della Grecia “ristrutturata” dalla troika nel 2012, e della Cina.

Ma nell’area 50 sono arrivati anche i Cds Usa, con un allargamento dai 30 punti base che pagavano mesi addietro. «Stiamo assistendo a una forte perdita di fiducia verso il dollaro, che si trasferisce anche sui Treasury: quando i portafogli globali investono nel debito Usa, non mettono in tasca solo il rischio legato al Tesoro americano ma anche quello legato alla valuta», dice Ignazio Angeloni, economista in passato membro del Supervisory Board della Bce. I bond Usa, per lui, scontano «le politiche ideologizzate e poco competenti dell’amministrazione Trump, con una politica economica che invece di ridurre il deficit ne genera di nuovo e crea tra gli investitori un pathos sul dollaro che sta portando a una esagerazione nella percezione del rischio sul debito, anche se quello degli Usa oggi è senza dubbio inferiore rispetto ai timori di default vissuti in Europa ai tempi della crisi sovrana». Probabilmente è il modo in cui gli investitori – che poi qui sono i creditori – suggeriscono a Trump una delle ormai famose retromarce che gli sono valse il nomignolo di “Taco”.

A ben guardare, poi, la suggestione offerta dal prezzo dei Cds e meno concreta rispetto al passato. Oggi quel mercato si è molto ridotto, per volumi e rilevanza: poco più di 75 milioni di dollari giornalieri i flussi sulla “polizza Usa”. Ma i nuovi strumenti usati per proteggersi dai default, come gli asset swap spread per scambiare il tasso di un certo strumento ‘a rischio’ con uno a zero rischio, mostrano sfumature diverse, ma non opposte: «Gli swap spread, basati su flussi per migliaia di miliardi, costano sul debito Usa 58 punti base, la metà dei 113 punti dell’Italia e meno anche degli 83 della Francia. Ma la Germania è a 15 – spiega Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor – Quindi dire che il mercato giudica gli Usa rischiosi tanto quanto l’Italia è forzato, ma ciò non toglie che un rilevante movimento di fondo sia in atto».

Il mercato, con gli Usa che devono rinnovare un terzo dei loro 37mila miliardi di dollari di debito pubblico quest’anno, chiede tassi crescenti per comprarlo: fino al 5% l’anno sul titolo a 30 anni. «Non è pensabile di promettere tagli fiscali per 3mila miliardi, contando di compensare l’effetto sul debito/Pil solo grazie alla crescita. Il mercato - chiosa Castelli - sta dicendo a Trump che deve tagliare la spesa, e la motosega di Elon Musk in questo ha fallito. Oppure, visto che la finanza non è mai gratis, deve pagare di più».

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