Donnet (Generali): “Basta bugie, il risparmio è al sicuro. Dialogo su Natixis”
di Walter GalbiatiPhilippe Donnet, ad gruppo Generali
MILANO – Dal trentanovesimo piano del grattacielo Generali di Citylife, cerca di guardare il groviglio del risiko bancario dall’alto senza farsi trascinare nella polemica. Philippe Donnet è convinto che si dicano «bugie» per generare preoccupazioni strumentali sul risparmio italiano, che veramente l’indipendenza delle Generali sia a rischio e che, se il governo dirà di “no”, l’operazione con Natixis non si farà. Perché non giova a nessuno un muro contro muro. Tutta questa confusione sul mercato non è un buon segnale che mandiamo all’estero, a quegli investitori che credono nel nostro Paese, che fra l’altro sono anche tra i più attivi compratori del debito italiano. «Creare instabilità sarebbe un danno importante». Mai come oggi serve avere «lucidità e nervi saldi». Anche nelle risposte e nel dialogo con gli avversari.
MILANO – Dal trentanovesimo piano del grattacielo Generali di Citylife, cerca di guardare il groviglio del risiko bancario dall’alto senza farsi trascinare nella polemica. Philippe Donnet è convinto che si dicano «bugie» per generare preoccupazioni strumentali sul risparmio italiano, che veramente l’indipendenza delle Generali sia a rischio e che, se il governo dirà di “no”, l’operazione con Natixis non si farà. Perché non giova a nessuno un muro contro muro. Tutta questa confusione sul mercato non è un buon segnale che mandiamo all’estero, a quegli investitori che credono nel nostro Paese, che fra l’altro sono anche tra i più attivi compratori del debito italiano. «Creare instabilità sarebbe un danno importante». Mai come oggi serve avere «lucidità e nervi saldi». Anche nelle risposte e nel dialogo con gli avversari.
“È importante assicurarsi che Generali non finisca nelle mani sbagliate”. Parla di voi l’ingegner Caltagirone?
«Non voglio entrare nel gioco degli attacchi personali o dei giudizi superficiali. Le Generali sono nelle mani giuste come dimostrano i fatti e i numeri. Dal 2016 abbiamo aumentato le dimensioni sul mercato in modo significativo. I premi sono passati da 70 a 95 miliardi, la market cap da 15 a oltre 50 miliardi. Abbiamo consolidato la leadership in Italia, in Europa, ci siamo rafforzati in Asia e negli Usa con Conning. Generali è un leader internazionale che batte bandiera italiana. Non ci sono molte aziende che possono vantarlo».
Caltagirone però dice che lei “è un buon assicuratore, ma manca di una visione strategica”...
«Negli ultimi tre anni abbiamo realizzato diverse importanti acquisizioni per 4,5 miliardi, più di tutti i competitor europei. La nostra strategia ha dimostrato di essere efficace e produrre ottimi risultati».
Perché dice così allora?
«Non deve chiederlo a me, io guardo ai fatti. Quest’anno e nel 2022 la maggioranza degli azionisti ha scelto nettamente per la continuità della governance e la stabilità del management. Tre anni fa il piano “Awakening the lion” è stato respinto dal mercato. I nostri tre piani, invece, hanno portato le Generali a esprimere la migliore performance del settore. E da tre anni il nostro management viene riconosciuto come il più valido da Institutional Investors. Abbiamo la fiducia del mercato, del retail italiano, di agenti e clienti, siamo orgogliosi di questa fiducia ed è quella che conta».
Eppure la vostra operazione con Natixis è stata criticata. Come mai invece di fare una joint venture non avete acquistato un player per ingrandirvi?
«Non è così, sette anni fa quando abbiamo iniziato a parlare di sviluppo nell’asset management, il timore del mercato era che facessimo una acquisizione importante per cassa. Abbiamo fatto tante operazioni per consumarne poca e lo stesso abbiamo fatto con Conning. Natixis consentirebbe di fare un salto di scala e creare il maggior asset manager europeo, attraverso una joint venture equilibrata e paritetica. Inoltre le due piattaforme sono complementari e hanno importanti sinergie».
Con Natixis sono in pericolo i 36 miliardi di titoli di Stato e il risparmio degli italiani in pancia a Generali?
«Non c’è nessun pericolo per i nostri titoli di Stato e nemmeno per la sovranità del risparmio nazionale. La legge italiana e la normativa europea impongono già che le compagnie assicurative decidano dove e come investire i soldi che ci hanno affidato i nostri clienti. Generali manterrà sempre il pieno controllo. Capisco che l’attività di asset management non sia un tema facile. È comprensibile che ci possano essere delle domande e noi siamo qua per rispondere. Ma faccio fatica ad accettare le bugie che vengono dette per generare preoccupazioni strumentali».
Cosa pensa della scalata di Mps su Mediobanca?
«Non è mia abitudine commentare su altre società, ma lo faccio perché è un’operazione che potrebbe avere ricadute su di noi. La logica industriale non è chiara, in tanti hanno espresso perplessità. Inoltre, alcuni azionisti, come Caltagirone, hanno insieme quote rilevanti in Mps, Mediobanca e Generali: è chiaro a tutti che è finalizzata ad acquisire il controllo delle Generali. Vedo molto negativamente questo scenario e sarebbe pericoloso per una sana gestione del gruppo. La compagnia deve restare italiana, indipendente e internazionale».
Con loro non sarebbe indipendente?
«No, Generali deve essere gestita come una public company. È questo che intendo per indipendente e vale a prescindere dall’azionariato».
Perché il governo sta con Caltagirone e Del Vecchio?
«Non lo saprei dire se è schierato con loro. È successo col Ddl capitali. Io mi occupo di fare gli interessi delle Generali. Il governo è uno dei nostri stakeholder, è normale che ci sia interazione costruttiva».
È stata notificata Natixis ai sensi del golden power?
«Non ancora perché ci sono alcuni passaggi preliminari. Si è appena conclusa la consultazione coi sindacati francesi, poi l’operazione tornerà in cda, prima della firma del contratto. Visto il numero di operazioni in corso, mi aspetto che questo passaggio però sia spostato alla fine dell’estate, quando avremo più chiarezza».
E se il governo si opporrà?
«Mi auguro l’apertura di una fase di dialogo serena e razionale. Le assicuro che non ci sarà nessun muro contro muro, ma è importante sottolineare che qualunque sia la scelta non avrà impatto sugli obiettivi del piano».
Mediobanca ha lanciato un’ops su Banca Generali poco dopo l’assemblea Generali. Il dubbio è che sia stata concordata per mettere in mani sicure il pacchetto del 13% di Generali minacciato dall’offerta Mps, è così?
«Innanzitutto, nulla è stato concordato. Per quanto riguarda noi, se avessimo dovuto fare un’operazione di difesa le opzioni erano altre. Noi e Mediobanca siamo istituzioni finanziarie di mercato che guardano solo alle logiche industriali ed è quello che prevale sempre».
Ma voi siete favorevoli all’operazione Banca Generali?
«È prematuro. Sono stati nominati gli advisor e solo al termine del processo si esprimeranno il comitato parti correlate e il cda. L’attuale piano si focalizza su Insurance e Asset Management, e non comprende Banca Generali. Il contributo della banca oggi è positivo sia per i profitti che per la distribuzione dei nostri prodotti. La nomina di consulenti indipendenti di primo piano ci aiuterà a valutare i diversi aspetti, a partire da un corretto valore dell’asset e dalla conferma, o dall’ampliamento, delle capacità distributive della banca. È nostro interesse approfondire il progetto di un grande polo italiano del risparmio gestito di cui Generali è partner assicurativo».
Se dovesse passare, cosa farete dei titoli Generali che vi troverete in portafoglio?
«Questo è ancora più prematuro. Ci sono tante opzioni e un buon management ne vuole sempre il più possibile».
Che idea si è fatto del risiko bancario in Italia?
«Tutto quello che sta accadendo ha messo il settore bancario in fibrillazione, noi incontriamo spesso gli investitori esteri e sono molto perplessi: non capiscono cosa stia succedendo. Non possiamo correre il rischio di destabilizzare tutto il settore. Io non voglio partecipare alle polemiche. In questo periodo servono grande lucidità e nervi saldi, non possiamo creare sfiducia, perché sono gli stessi investitori che comprano il debito pubblico. Creare instabilità sarebbe un danno importante per il Paese. È tempo di tornare a quella lucidità che oggi manca, intorno a noi».