No a un’altra Credit Suisse: la Svizzera chiede a Ubs 18 miliardi di nuovo capitale
di Franco ZantonelliLUGANO – Il governo svizzero a muso duro con le banche sistemiche, per non doverne soccorrere altre dal default con i quattrini del contribuente, come fu nel 2008 con Ubs e nel 2023 con Credit Suisse. Quest’ultimo istituto fu salvato sul filo di lana, una domenica sera, a poche ore dalla riapertura delle Borse, grazie a un’operazione che lo consegnò a Ubs, diventata in tal modo troppo grande per la Svizzera secondo molti osservatori.
Dopo che una commissione parlamentare d’inchiesta aveva evidenziato le gravi responsabilità della dirigenza di Credit Suisse nel portare la banca sull’orlo del crac, il Consiglio federale – l’organo di sette membri che governa la Confederazione – ha preso atto dei risultati del lavoro parlamentare e annunciato c…
LUGANO – Il governo svizzero a muso duro con le banche sistemiche, per non doverne soccorrere altre dal default con i quattrini del contribuente, come fu nel 2008 con Ubs e nel 2023 con Credit Suisse. Quest’ultimo istituto fu salvato sul filo di lana, una domenica sera, a poche ore dalla riapertura delle Borse, grazie a un’operazione che lo consegnò a Ubs, diventata in tal modo troppo grande per la Svizzera secondo molti osservatori.
Dopo che una commissione parlamentare d’inchiesta aveva evidenziato le gravi responsabilità della dirigenza di Credit Suisse nel portare la banca sull’orlo del crac, il Consiglio federale – l’organo di sette membri che governa la Confederazione – ha preso atto dei risultati del lavoro parlamentare e annunciato come dar loro seguito. Oggi le banche sistemiche elvetiche, quelle definite too big to fail (troppo grandi per fallire), sono quattro. Nel lotto figurano la Banca Raiffeisen, la Banca Cantonale di Zurigo, Postfinance e, appunto, Ubs. Che è poi quella, come ha scritto il quotidiano Le Temps di Ginevra, cui il Consiglio federale “ha stretto le viti”.
In effetti, se a tutte è richiesto di garantire le attività estere al 100% con capitale svizzero, contro il 60% di prima, per il colosso guidato da Sergio Ermotti ciò significa un accantonamento supplementare di 18 miliardi di dollari. Un capitale che verrà gestito direttamente dalla casa-madre, da utilizzare in caso di crisi. Il che non è stato possibile due anni fa con Credit Suisse, che anche per questo motivo si è ritrovato sull’orlo del fallimento, con il rischio di terremotare l’intero sistema finanziario mondiale. Così come era stato il caso, 15 anni prima, della statunitense Lehman Brothers.
Da tempo i vertici di Ubs, dal ceo Ermotti al presidente del cda, Colm Kelleher, attendevano queste misure del governo, che contestano tanto da arrivare a un duro braccio di ferro, cosa inedita in Svizzera tra banchieri e figure istituzionali, con la ministra delle Finanze, Karin Keller-Sutter, soprannominata la “boxeuse” tra le mura di Ubs, perché pratica il pugilato nel tempo libero.
Ermotti teme un crollo del valore delle azioni della banca, raddoppiato dopo l’acquisizione di Credit Suisse. In realtà, in seguito all’annuncio di ieri da parte del Consiglio federale, non è andata così, visto che il titolo di Ubs ha guadagnato il 3,8% alla Borsa di Zurigo. Forse gli investitori sono stati rassicurati dalle decisioni governative. Che prevedono, inoltre, il pugno duro, con il sequestro dei bonus, per i manager responsabili di malagestione. Brucia ancora il fatto che un tribunale abbia restituito, a 1.000 dirigenti di Credit Suisse, 60 milioni di franchi di premi che la ministra Keller-Sutter aveva bloccato.