Aiello: “Diciamo Sì ai referendum per meno precarietà. E contratti più equi”
di Valentina ConteROMA – Ha contribuito a scrivere i primi due quesiti referendari, «assieme a un gruppo di giuristi chiamati dalla Cgil». Filippo Aiello, giuslavorista, spiega il senso delle abrogazioni proposte e perché, a suo avviso, «è giusto votare sì a tutti e quattro i referendum» sul lavoro: contro la precarietà e per un lavoro più stabile e sicuro.
Avvocato, con il primo quesito torna la reintegra. Ma gli indennizzi massimi scendono rispetto al Jobs Act. Un autogol?
«No, salgono quelli minimi, che si applicano nei casi più diffusi. E poi la grande novità è proprio il ritorno al posto di lavoro: la reintegra. È vero che oggi l’indennizzo massimo previsto dal Jobs Act è di 36 mensilità, così come alzato dal decreto Dignità dei Cinque Stelle. Ma in pratica i giudici assegnano in media due mensilità per ogni anno di anzianità, che è il criterio principale. Dato che il Jobs Act è in vigore da dieci anni, il massimo che si riesce a ottenere oggi sono circa 20 mensilità. Le 36 si raggiungeranno sol…
ROMA – Ha contribuito a scrivere i primi due quesiti referendari, «assieme a un gruppo di giuristi chiamati dalla Cgil». Filippo Aiello, giuslavorista, spiega il senso delle abrogazioni proposte e perché, a suo avviso, «è giusto votare sì a tutti e quattro i referendum» sul lavoro: contro la precarietà e per un lavoro più stabile e sicuro.
Avvocato, con il primo quesito torna la reintegra. Ma gli indennizzi massimi scendono rispetto al Jobs Act. Un autogol?
«No, salgono quelli minimi, che si applicano nei casi più diffusi. E poi la grande novità è proprio il ritorno al posto di lavoro: la reintegra. È vero che oggi l’indennizzo massimo previsto dal Jobs Act è di 36 mensilità, così come alzato dal decreto Dignità dei Cinque Stelle. Ma in pratica i giudici assegnano in media due mensilità per ogni anno di anzianità, che è il criterio principale. Dato che il Jobs Act è in vigore da dieci anni, il massimo che si riesce a ottenere oggi sono circa 20 mensilità. Le 36 si raggiungeranno solo dal 2033. Con il referendum il massimo scenderebbe a 24 mensilità, ma il minimo salirebbe dagli attuali 6 mesi a 12 mesi».
E il secondo quesito?
«Interviene sulle piccole imprese, laddove non è mai stata possibile la reintegra in caso di licenziamento illegittimo. Oggi c’è un tetto massimo per il risarcimento pari a sei mensilità. Se ci fosse il quorum e passasse il sì, il giudice potrebbe stabilire un risarcimento effettivamente adeguato e dissuasivo, in base al danno subito dal lavoratore. Oggi quel tetto spesso non consente un vero e proprio ristoro».
Davvero è possibile disboscare la precarietà col terzo quesito?
«Si punta ridurla, scoraggiando l’opportunismo delle imprese. Si tornerebbe a un impianto che impone la causale anche nei primi 12 mesi di lavoro, simile a quello del 2001 con il decreto legislativo 368 del governo Berlusconi, che istituì il cosiddetto “causalone”, per cui ogni contratto a termine doveva essere giustificato da una causale specifica: esigenze tecniche, organizzative, produttive o sostitutive. Oggi l’assenza di causale nei primi 12 mesi consente un uso spregiudicato dei contratti a termine, con lavoratori che passano da un contratto all’altro senza stabilità. È una fonte di precarietà enorme».
Il quarto quesito sugli appalti quanto può incidere sulle morti per e sul lavoro?
«Si interviene sulla responsabilità del committente rispetto ai rischi specifici dell’appalto. Si tratta di rischi molto comuni e impattanti, legati alle attività altamente specializzate svolte dalle aziende appaltatrici. Penso, ad esempio, alla manutenzione di impianti chimici complessi. Oggi il committente può sottrarsi a una piena responsabilità. Con il quesito si punta a garantire maggiori tutele e sicurezza per chi lavora in appalto».
Perché votare sì a tutti e quattro i quesiti?
«Perché il filo conduttore è uno solo: la lotta alla precarietà. Una precarietà che non riguarda solo il contratto a termine, ma anche chi ha un contratto stabile o lavora in appalto e subappalto. L’obiettivo è un lavoro più giusto, stabile ed equo. Io ci credo».