Parafrasando un film cult, se si volesse dare un titolo all’attuale momento economico, potrebbe essere “2025: fuga dagli Stati Uniti”. Parlare di “fuga” è probabilmente esagerato, ma sono in corso movimenti in uscita da tutta una serie di attività americane, dal dollaro alle obbligazioni passando per le azioni, che non possono non essere ricondotti alle politiche del presidente Donald Trump. La tensione ha raggiunto il culmine con il Liberation day del 2 aprile, quando Trump ha annunciato una raffica di dazi verso gli altri Paesi, in parte poi ritrattati.
Intanto, però, sui mercati finanziari si era scatenata una tempesta che aveva spinto con forza giù le Borse globali e su i rendimenti delle obbligazioni pubbliche a stelle e strisce, rendendole più costose per il governo federale. «Anche Trump - ha commentato Massimo Doris, numero uno del Gruppo Mediolanum - è stato costretto a rispondere al capo mercato» perché soprattutto la discesa dei prezzi dei Treasury ha determinato «la parzi…
Parafrasando un film cult, se si volesse dare un titolo all’attuale momento economico, potrebbe essere “2025: fuga dagli Stati Uniti”. Parlare di “fuga” è probabilmente esagerato, ma sono in corso movimenti in uscita da tutta una serie di attività americane, dal dollaro alle obbligazioni passando per le azioni, che non possono non essere ricondotti alle politiche del presidente Donald Trump. La tensione ha raggiunto il culmine con il Liberation day del 2 aprile, quando Trump ha annunciato una raffica di dazi verso gli altri Paesi, in parte poi ritrattati.
Intanto, però, sui mercati finanziari si era scatenata una tempesta che aveva spinto con forza giù le Borse globali e su i rendimenti delle obbligazioni pubbliche a stelle e strisce, rendendole più costose per il governo federale. «Anche Trump - ha commentato Massimo Doris, numero uno del Gruppo Mediolanum - è stato costretto a rispondere al capo mercato» perché soprattutto la discesa dei prezzi dei Treasury ha determinato «la parziale marcia indietro» nelle politiche commerciali. Soltanto che, se le azioni hanno in buona parte recuperato il terreno perso ad aprile, l’obbligazionario americano è ancora sotto pressione.
Già nel 2011, con la caduta del governo Berlusconi davanti all’ampliamento dello spread tra rendimenti dei Btp e dei Bund decennali, gli italiani avevano toccato con mano la potenza dei movimenti dei titoli di Stato. Nei giorni scorsi, si sono impennati anche i prezzi dei cds statunitensi, i credit default swap, di fatto assicurazioni per proteggersi da un eventuale fallimento del Paese: gli stessi che erano tanto aumentati in Italia nei concitati mesi di 14 anni fa.
I prezzi dei cds e i rendimenti del Treasury decennale in area 4,35% (dal 3,6% di settembre) trasmettono un messaggio chiaro: si teme una crescita del debito pubblico a stelle e strisce oltre il livello di guardia. Il Congressional Budget Office vede un aumento di 2,4mila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Colpa principalmente del Big beautiful bill con cui Trump punta a prolungare i tagli fiscali del 2017 e a ridurre la spesa per alcuni programmi sociali. Il presidente americano intende finanziarsi proprio con i dazi ma non è affatto detto che sia semplice.
Rendimenti dei Treasury e valuta Usa
Secondo Giordano Lombardo, ceo di Plenisfer Investments Sgr, «la reazione del mercato obbligazionario non gli permetterà di ottenere i tagli fiscali nella misura voluta». Questo perché i Treasury stanno «riconoscendo che le tariffe commerciali non sono una fonte di reddito sostenibile. Le entrate dai dazi diminuiranno in seguito al cambiamento dei modelli di commercio globali e all’adattamento degli altri Paesi. Mentre gli effetti del taglio delle tasse sul deficit di bilancio Usa sono destinati a durare».
È in corso «un attacco al cuore del mercato obbligazionario» avverte Ray Dalio, fondatore del maggiore fondo hedge del mondo, Bridgewater Associates. «Tutti si concentrano - spiega a Marketplace - su spesa pubblica e tasse ma, se la domanda e l’offerta di bond attraversano una fase negativa, gli interessi salgono e il costo del debito diventa un problema».
John Hardy, responsabile globale macro strategy di Bg Saxo e Saxo Bank, evidenzia poi come i dazi tendano ad accrescere «i timori di un’inflazione maggiore» così come le preoccupazioni per «un’economia statunitense più debole del resto del mondo, poiché le tariffe di fatto funzionano come una tassa sul potere di acquisto». In questo quadro, «gli investitori globali temono non solo per l’export del proprio Paese ma anche che gli investimenti negli Usa siano meno sicuri». L’esperto di Bg Saxo ritiene che, nel breve termine, le pressioni sui Treasury possano essere contenute dal rallentamento economico, che dovrebbe spingere la Fed a tagliare i tassi di interesse e gli investitori a riguardare ai bond americani come a un bene rifugio. Mentre in un orizzonte più lungo, a causa della politica fiscale, Hardy vede rischi al rialzo sui rendimenti, pur escludendone un’impennata.
La disaffezione verso l’obbligazionario statunitense procede di pari passo con un maggiore interesse verso i titoli europei. Il capo economista della Bce, Philip Lane, numeri alla mano, ha di recente mostrato come da marzo a maggio, da una parte, ci sia stata una tendenza degli investitori domestici a preferire bond dell’Ue. Dall’altro lato, i flussi in entrata da parte di sottoscrittori esteri hanno superato la media del 2024.
Anche a detta di Lombardo «i mercati obbligazionari internazionali saranno meno propensi a comprare titoli di Stato statunitensi, mentre gli altri Paesi, Europa e Cina su tutti, si stanno attrezzando per rinforzare le politiche di crescita. Assisteremo a una grande svolta macroeconomica, guidata dalle politiche fiscali, in cui le aspettative di crescita degli Stati Uniti saranno in calo e quelle del resto del mondo in aumento». Ecco perché, secondo il numero uno di Plenisfer, «il calo del dollaro è destinato a continuare».
Non a caso, si moltiplicano i ragionamenti su come consentire all’euro di sfruttare appieno la debolezza della valuta a stelle e strisce, sino a ieri considerata un incrollabile bene rifugio. Non mancano, però, le criticità. «Se l’Europa vuole offrire agli investitori globali un’alternativa credibile al dollaro, deve andare oltre gli adeguamenti tecnici e aumentare drasticamente l’emissione di obbligazioni Ue» ha messo in guardia nei giorni scorsi il vicedirettore della Banca d’Italia, Paolo Angelini.
Indici azionari a confronto
«Trump - tira le somme Lombardo - ha fatto scoppiare la bolla dell’eccezionalismo americano. Ora assisteremo a un trend secolare di deflussi di capitale dagli Stati Uniti e di flussi verso altre aree, soprattutto Europa e mercati emergenti». Una tendenza che potrebbe essersi già riflessa sulle Borse, se si considera che da inizio anno l’indice a stelle e strisce S&P500 ha guadagnato il 3% contro il 10,5% dell’Euro Stoxx. Lombardo si dice convinto «che la performance relativa dei mercati azionari europei e cinese rispetto all’azionario Usa possa proseguire e diventare la storia dei prossimi cinque anni».
Gli effetti della fuga dagli States si avvertiranno sempre più anche sul mercato immobiliare. Lo sostiene Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari: «I grandi investitori, che continuano ad avere fondi da allocare, si stanno spostando verso l’Europa, che viene percepita come più stabile, con una tenuta migliore dell’economia e una maggiore serietà dei Paesi. Anche l’Italia, con Milano in prima fila ma soprattutto Roma, catalizza interesse crescente».
Insomma, nel mondo economico e finanziario si è innescata una rivoluzione copernicana che difficilmente lascerà Trump indifferente.