MILANO – Si sveglia presto la mattina, fa palestra e poi inizia a lavorare, sempre di buon’ora. Di solito legge i giornali, ma in questo periodo preferisce evitare il rumore di fondo che circonda il gruppo. Andrea Orcel, ad di Unicredit, sorride, ma in fondo in fondo c’è la frustrazione di essere l’unica banca italiana a cui è stato applicato il golden power. «E’ un peccato per l’Italia», commenta. Ma di una cosa è convinto: «Che le acquisizioni sono un mezzo, non un fine». Non devi farle per forza. «Un buon M&A consiste tanto nel dire “no” quanto nel chiedersi quali condizioni non siano giuste».
A leggere le lettere del Mef, siete un pericolo per la sicurezza nazionale. È così?
«In realtà, non c’è nessun problema di sicurezza. Siamo una banca italiana che è diventata paneuropea con il 45% delle attività qui, il 30% in Germania e Austria, il resto nell’Europa dell’Est. Non esiste un’unione bancaria quindi in ogni Paese rispondiamo a un regolatore diverso. Vi sono restrizioni al …
MILANO – Si sveglia presto la mattina, fa palestra e poi inizia a lavorare, sempre di buon’ora. Di solito legge i giornali, ma in questo periodo preferisce evitare il rumore di fondo che circonda il gruppo. Andrea Orcel, ad di Unicredit, sorride, ma in fondo in fondo c’è la frustrazione di essere l’unica banca italiana a cui è stato applicato il golden power. «E’ un peccato per l’Italia», commenta. Ma di una cosa è convinto: «Che le acquisizioni sono un mezzo, non un fine». Non devi farle per forza. «Un buon M&A consiste tanto nel dire “no” quanto nel chiedersi quali condizioni non siano giuste».
A leggere le lettere del Mef, siete un pericolo per la sicurezza nazionale. È così?
«In realtà, non c’è nessun problema di sicurezza. Siamo una banca italiana che è diventata paneuropea con il 45% delle attività qui, il 30% in Germania e Austria, il resto nell’Europa dell’Est. Non esiste un’unione bancaria quindi in ogni Paese rispondiamo a un regolatore diverso. Vi sono restrizioni al libero movimento di capitali e di liquidità. Le decisioni vengono prese nel singolo Paese per il Paese stesso, seguendo la visione e la strategia del gruppo. Ma gestiamo a compartimenti stagni».
In Russia vi accusano di operare nonostante le sanzioni.
«In Russia operiamo rispettando le regole imposte dalla comunità internazionale, di cui l’Italia è firmataria. A meno che non si voglia dire che queste sanzioni non sono adeguate. Non ci sono flussi di risparmio, liquidità, dati, tecnologia, informazioni o altro con il resto del gruppo. Abbiamo fatto di più di ciò che ci ha chiesto la Bce. I fatti dimostrano che dall’invasione a oggi non ci sono più stati nuovi prestiti a società russe, scesi dell’86%, e una volta chiuso il retail saranno sotto i 500 milioni. I prestiti transfrontalieri sono calati del 94%: tolto un prestito a una grande azienda energetica ormai in scadenza, quelli netti sono meno di 50 milioni. La realtà è che nessun altra banca ha ridotto le attività come noi».
Restano i pagamenti…
«I pagamenti sono passati da circa 25 a 8 miliardi e si sono focalizzati su euro e dollaro. Ora sono stati esclusi dal golden power. Si tratta di quattro tipi di operazioni: per le attività diplomatiche, per le aziende occidentali, per particolari attività come l’acquisto di gas e materie prime (concesse dal regime sanzionatorio) e per le aziende russe non sanzionate. C’è stato chiesto di mantenerli a supporto di aziende non russe».
Perché non vendete?
«Non si è ancora presentato un acquirente accettabile per i russi o per l’Occidente, e che avesse i mezzi necessari. Abbiamo messo da parte una frazione del nostro eccesso di capitale (69 punti base) per far fronte alla perdita in caso di nazionalizzazione».
Non ha incontrato il ministro delle finanze italiano?
«Per quanto riguarda la posizione del governo non vedo un problema di sicurezza. Le prescrizioni devono essere ben definite, per far sì che possano essere eseguite senza incorrere nel rischio di pagare miliardi di sanzioni».
Come finirà?
«Abbiamo fatto e continuiamo a fare di tutto, ma se non riusciremo a risolvere, come probabile, ci ritireremo. Il nostro ricorso al Tar è un fatto di tutela giuridica, per il nostro Cda e la nostra società».
Cosa succederà a Banco Bpm il giorno dopo la rinuncia?
«Che resterà Credit Agricole come azionista di riferimento col 20%, o forse di più. E Banco Bpm dovrà dimostrare le promesse che ha fatto e remunerare i suoi azionisti come sarebbero stati remunerati nel caso in cui ci sarebbe stata l’operazione. Per quanto ci riguarda continueremo a eseguire a pieno il nostro piano base, che ad oggi è considerato uno dei migliori del settore per creazione di valore per i nostri azionisti, continuando a monitorare la situazione in Italia e in altri Paesi. Come ho detto, in M&A è facile dire di “sì” anche quando si distrugge valore per portare a casa l’operazione. L’ho visto fare molte volte nella mia vita professionale. Perché quello che è giusto e difficile, è mantenere disciplina e fare l’operazione solo se crea valore».
Anche su Mps avete rinunciato?
«Sì, perché in quel momento potevamo da una parte creare molto più valore da soli e dall’altra non vi erano le condizioni per un ritorno adeguato. Da quel momento Mps ha fatto bene, oggi vale 8,8 miliardi. Aveva 1,5 miliardi di capitale a cui sono stati aggiunti 2,5 miliardi di ricapitalizzazione: è salita di oltre il 100%. Il valore di Unicredit, invece, si è moltiplicato per cinque. Quindi dal nostro punto di vista è stata la decisione giusta».
Ma poi vi siete presentati ai collocamenti del Tesoro, per altro senza ricevere titoli della banca e con un esposto?
«Abbiamo provato a partecipare ma non ci siamo riusciti. A Consob abbiamo segnalato i fatti, peraltro già noti – ossia che Anima ha acquistato una partecipazione in Mps mentre era sotto offerta da parte di Banco Bpm (e quindi sotto passivity rule) e che Banco Bpm ha acquistato una partecipazione in Mps nel corso del collocamento gestito dalla sua controllata Banca Akros».
Ora c’è un’inchiesta della magistratura?
«Su questo non posso dire nulla».
Cosa farete se non chiuderete le operazioni di M&A?
«UniCredit continuerà a eseguire con disciplina la propria strategia e a sovraperformare il settore. Non si basa su fusioni e acquisizioni, bensì su un piano di continua trasformazione che porteremo a termine. Con “Unicredit Unlocked” abbiamo ripreso il controllo della macchina e la abbiamo resa la più efficiente del settore. Ora, nella fase due, l’enfasi si è spostata su crescere in modo mirato nelle geografie, in segmenti di clientela (ad esempio Pmi e affluent) e prodotti. Il futuro per noi è molto luminoso con o senza M&A».
Come procede questa fase?
«La banca continua a crescere grazie al lavoro di tutte le persone del gruppo. Stiamo andando molto bene. I ricavi dello scorso anno sono stati di 24,8 miliardi di euro e l’utile netto di 9,3 miliardi, in crescita dell’8,1% rispetto al 2023. Il nostro indicatore di capitale è circa il 16%. Durante il primo trimestre abbiamo migliorato tutti i ratio, battendo le nostre stesse aspettative. La previsione per fine anno è di superare l’utile netto e le distribuzioni del 2024».
E Commerzbank?
«Ci porterebbe due mercati in cui vogliamo investire e, come Banco Bpm, i suoi clienti sono Pmi e affluent, con poche sovrapposizioni con la nostra banca tedesca. È un’operazione trasformativa che creerebbe valore a noi, a Commerzbank e alla Germania. Anche se al momento consideriamo che il titolo valorizzi la banca significativamente al di sopra dei suoi fondamentali».
In Commerz avete il 30% e, di fatto, potete già comandare?
«Potremmo dare il nostro contributo. Siamo stati invitati a prenderci una quota avendolo discusso con gli stakeholder. In passato, le fusioni e acquisizioni erano una questione di mercato. Oggi le condizioni si sono complicate e includono i governi dei singoli Paesi. Questo succede in Portogallo, Spagna, Germania, Italia e Ungheria. Per ora, rimaniamo come investitori, osservando da vicino il percorso di trasformazione della banca. Data la performance del titolo – principalmente direi a causa del nostro interesse – il rialzo per i nostri investitori è molto buono».
Questo cosa comporta?
«Che se si vuole fare M&A o ci si allinea con la politica o si prova a eseguire un’operazione secondo criteri chiari e trasparenti con l’obiettivo di creare il maggior valore possibile per azionisti, persone e clienti».
A rimetterci è l’Europa se il settore bancario non cresce.
«L’Europa ha bisogno di banche forti, perché sono la benzina per finanziare la trasformazione europea, sennò si deve ricorrere ai bilanci statali. Per creare banche più forti ci vuole l’unione bancaria e il mercato dei capitali unico. La Ue è cosciente e lo sono anche le istituzioni tecniche come la Bce, ma per ragioni che hanno a che vedere con i governi e i Paesi negli ultimi cinque anni si è andati in una direzione più protezionista e chiusa».
Restano due questioni: Generali e Mediobanca. Avete fatto un favore alla cordata Caltagirone/Delfin?
«Con Generali ci sono opportunità industriali di cooperazione indipendentemente dall’avere partecipazioni. Per quanto riguarda la partecipazione abbiamo agito da un punto di vista finanziario e ora ridurremo la quota nei tempi e nei modi opportuni».
E Mediobanca?
«Unicredit ha circa 20 miliardi di flussi al giorno e detiene regolarmente posizioni per conto dei clienti e per coprire la posizione dei clienti. In questo ambito si inserisce la questione Mediobanca».
Ma come giudica l’operazione Banca Generali?
«Non sta a me dare giudizi sull’operazione che però deve funzionare non solo da un punto di vista industriale ma anche finanziario».