Milano – La decisione dell’antitrust europeo sull’operazione Unicredit-Banco Bpm è stata divisa in quattro filoni. Una portavoce della DgComp ha chiarito ieri che primi due verranno comunicati oggi e riguardano la competenza della procedura sulla concorrenza e la decisione vera e propria sotto il profilo della concorrenza. Gli altri due filoni, per cui al momento non c’è una scadenza fissata, riguardano l’art.21 comma 4 del regolamento europeo sulle concentrazioni e la procedura Eu Pilot. Queste ultime due riguardano la disciplina del Golden power adottata dall’Italia con leggi successive, l’ultima delle quali nel 2021 dal governo Draghi.
Per quanto riguarda la competenza l’autorità antitrust italiana ha chiesto in base all’art. 9 del regolamento l’avocazione del procedimento sulla concorrenza, in quanto riguarda due banche italiane, entrambe con sede a Milano, Unicredit e Banco Bpm. Ma è molto probabile che la DgComp decida di tenere la pratica in mano in quanto Unicredit è una banc…
Milano – La decisione dell’antitrust europeo sull’operazione Unicredit-Banco Bpm è stata divisa in quattro filoni. Una portavoce della DgComp ha chiarito ieri che primi due verranno comunicati oggi e riguardano la competenza della procedura sulla concorrenza e la decisione vera e propria sotto il profilo della concorrenza. Gli altri due filoni, per cui al momento non c’è una scadenza fissata, riguardano l’art.21 comma 4 del regolamento europeo sulle concentrazioni e la procedura Eu Pilot. Queste ultime due riguardano la disciplina del Golden power adottata dall’Italia con leggi successive, l’ultima delle quali nel 2021 dal governo Draghi.
Per quanto riguarda la competenza l’autorità antitrust italiana ha chiesto in base all’art. 9 del regolamento l’avocazione del procedimento sulla concorrenza, in quanto riguarda due banche italiane, entrambe con sede a Milano, Unicredit e Banco Bpm. Ma è molto probabile che la DgComp decida di tenere la pratica in mano in quanto Unicredit è una banca considerata sistemica e che ha il 65% delle sue attività all’estero.
Sulla base di questo assunto la DgComp dovrebbe autorizzare l’operazione di fusione con Banco Bpm con i rimedi già proposti dalla stessa Unicredit: cioé la cessione di 209 filiali, pari al 14% del totale, perlopiù concentrate nell’area di Verona (vista la confluenza tra gli sportelli della ex Cariverona, azionista di Unicredit, e Banca Popolare di Verona fusa nel Banco Bpm). Insieme alle filiali se ne andranno circa 10 miliardi di depositi e per mantenere lo stesso ratio depositi/impieghi dovranno essere ceduti 12 miliardi di prestiti.
Salvo sorprese, dunque, la fusione Unicredit-Banco Bpm si può fare e non dovrebbe incontrare ulteriori ostacoli. Ma sul suo cammino c’è sempre il Golden power, quel Dpcm varato dal governo lo scorso 18 aprile che ha approvato l’operazione ma con prescrizioni che sono proibitive per la banca guidata da Orcel.
La prescrizione che ha più attinenza con la sicurezza pubblica riguarda l’uscita della banca dalla Russia ma non si capisce se Unicredit deve vendere tutti gli asset o se deve manatenere la banca aperta per garantire i pagamenti delle imprese italiane e occidentali che ancora lavorano con il paese guidato da Vladimir Putin.
Le altre tre prescrizioni, invece, cioé il congelamento del portafoglio dei clienti di Anima, il rapporto depositi/impieghi immutato a 120 e il mantenimento del project financing, sono molto più difficili da giustificare in termini di sicurezza pubblica. Il Mef ritiene che in base alla legge del 2021 anche il risparmio degli italiani sia un bene strategico da tutelare con il Golden power. Ma spetta alla DgComp, in base al dettato dell’art.21(4), decidere se queste prescrizioni sono compatibili con le leggi europee, sono proporzionate e non discriminatorie. Se la decisione in base all’art.21, confermata ieri dalla portavoce della DgComp, arriverà in tempo per l’udienza davanti al Tar chiesta da Unicredit e fissata per il 9 luglio, allora gli effetti sull’Ops di Unicredit potranno essere concreti. La decisione della DgComp è infatti immediatamente esecutiva e inverte l’onere della prova, cioé sarà il governo che a quel punto dovrà appellarsi alla Corte di Giustizia per emendarla.