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L’ad Eni Descalzi: “Quando in Congo dormivo sotto il letto per evitare le pallottole”

Ansa

 (ansa)
Il manager, alla guida del gruppo da undici anni, si racconta al Financial Times: “Odio il politicamente corretto, mi piacciono le moto. Il cambiamento climatico è un problema che deve affrontare anche il consumatore”
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La guerra civile in Congo, le bombe americane in Libia nel 1986, l’assalto agli impianti in Nigeria. Dopo 18 anni all’estero e undici anni come amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi si racconta al Financial Times. Dalla sveglia alle 6 alla transizione green, dalle piccole routine quotidiane alle decisioni strategiche per tenere agganciato il gruppo alla transizione energetica, tanti i punti toccati dal dirigente milanese, che si divide ora tra le sedi Eni di Roma e della sua città d’origine.

Descalzi, gli anni all’estero: Congo, Libia, Nigeria

"Mia moglie era incinta. Fortunatamente riuscì a lasciare il Paese. Io rimasi bloccato con le mie due bambine". Claudio Descalzi ricorda quando, allora 41 enne negli anni Novanta, s…

La guerra civile in Congo, le bombe americane in Libia nel 1986, l’assalto agli impianti in Nigeria. Dopo 18 anni all’estero e undici anni come amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi si racconta al Financial Times. Dalla sveglia alle 6 alla transizione green, dalle piccole routine quotidiane alle decisioni strategiche per tenere agganciato il gruppo alla transizione energetica, tanti i punti toccati dal dirigente milanese, che si divide ora tra le sedi Eni di Roma e della sua città d’origine.

Descalzi, gli anni all’estero: Congo, Libia, Nigeria

"Mia moglie era incinta. Fortunatamente riuscì a lasciare il Paese. Io rimasi bloccato con le mie due bambine". Claudio Descalzi ricorda quando, allora 41 enne negli anni Novanta, si trovava in Congo durante la guerra civile. Già lavorava per Eni, era entrato nel gruppo come ingegnere nel 1981. “Ero responsabile degli espatriati rimasti lì. In quelle circostanze, l'ultima cosa a cui pensi è il cash flow o le operazioni”, ricorda. Per due anni è rimasto bloccato lì, in una regione attraversata da profonde violenze. A causa degli scontri e delle sparatorie, insieme alle due bambine dormiva sotto al letto per evitare di essere colpito da colpi di arma da fuoco durante la notte.

Ma già negli anni Ottanta aveva dovuto affrontare situazioni difficili. Era in Libia nel 1986 durante i bombardamenti statunitensi su Tripoli e Bengasi ed era responsabile dell'esplorazione nel 2006 quando dei rapinatori armati assaltarono una consociata Eni a Port Harcourt, in Nigeria, causando diverse vittime. “Non hanno soldi, né sicurezza, né istruzione, e sono persi. Quando ci sono problemi, nessuno si prende cura di loro. È stata una grande lezione per me quando ero molto giovane”, chiosa il manager.

Eni e transizione energetica: un dovere anche del consumatore

"Credo che il cambiamento climatico sia un grande problema da risolvere. Ma se per affrontarlo la prima cosa che fai è cercare un nemico, allora credo che tu non voglia davvero risolverlo. Vuoi solo trovare un nemico", sottolinea. E a suo giudizio, se davvero il mondo vuole andare oltre i combustibili fossili - che ancora forniscono l'80% dell'energia globale - non spetta solo alle aziende smettere di produrli, ma anche ai consumatori smettere di usarli. E pensa che questo sia improbabile, soprattutto nel Sud del mondo. "L'Europa pensa che il mondo sia come l'Europa. Ma non è così" evidenzia ricordando che il Vecchio Continente rappresenta solo il 5% della popolazione mondiale".

Petrolio, la crisi del 2016

Descalzi riconosce l’importanza della transizione green, anche da un punto di vista economico. Il settore petrolifero vive di periodi di stabilità scanditi da momenti di forti shock. Nel 2016, due anni dopo esser stato nominato Ceo di Eni, ci fu un deprezzamento del 70% del greggio per il braccio di ferro tra Usa e Arabia Saudita. All'epoca, dice, i profitti di Eni dipendevano per "oltre il 100%, forse il 110%" da petrolio e gas, poiché altri business erano in perdita. Decise quindi che l'azienda doveva diversificare.

E in questa direzione, la transizione energetica è stata "utilissima", perché ha obbligato l'azienda a reinventarsi, slegarsi dalle proprie radici e affrontare un futuro di calo delle entrate da petrolio e gas. Mentre molti colleghi europei hanno faticato ad affermarsi nel settore dell'energia pulita, Descalzi è rimasto fedele alla sua strategia. "Ci serviva una tecnologia che guardasse al futuro", spiega. "Volevo avere tutti gli strumenti in mano per poter essere flessibile - prosegue - capire come potermi sganciare da petrolio e gas". Eni ha accorpato i business più orientati al futuro, come le bioraffinerie, con asset che generassero cassa, come le stazioni di servizio. Il risultato: unità ESG-friendly ma al contempo redditizie, che hanno attratto l'interesse di fondi di private equity come KKR con valutazioni superiori alle aspettative.

Contro il politicamente corretto

"Odio il politicamente corretto, lo vedo come una costrizione, una barriera. È finto... Odio il mainstream". Descalzi ha una avversione per il pensiero conformista, diffuso in Europa. Nemico del cambiamento, delle innovazioni, degli investimenti. "Dici quello che dicono tutti, e se non lo fai non sei nel club giusto. Questo è un modo per restare fermi. Una scatola vuota, un concetto vuoto. Nella vita bisogna mettere tutto in discussione. Possiamo rompere la superficie e crescere solo se abbiamo persone capaci di fare le cose in modo diverso", dice. Dopo 11 anni alla guida del gruppo, parla del suo futuro: “Siamo in una situazione volatile, e non è facile cambiare leadership molto spesso. Ma ovviamente - aggiunge - un Ceo non può restare per sempre”.

La routine del manager e la passione per le moto

"Mi sveglio molto presto, verso le 5 o le 6 del mattino, perché voglio prendermi il tempo per carburare, e la prima cosa che faccio è leggere i giornali, lo trovo rilassante. Non leggo solo notizie energetiche. Leggo tutto ciò che riguarda la geopolitica e quello che succede nel mondo, perché siamo presenti in molti Paesi, circa 60, ed è importante avere una visione ampia".

E ammette: "Ho bisogno di una routine: per me è come una guida, un modo per restare saldo dentro. Non mangio molto la mattina, prendo un caffè e poi vado in ufficio di solito verso le 7:30-7:45, perché voglio arrivare prima degli altri per approcciare la giornata ed esser pronto. È una vecchia abitudine. Cerco di allenarmi ogni giorno, che sia a casa o in viaggio. È probabilmente la mia abitudine più costante: faccio pilates e, quando posso, amo camminare". Ora l'ad rivela di viaggiare meno di prima: "Una volta arrivavo a 1.200 ore di volo all'anno, ora sono più o meno 600-700. Sono voli a lungo raggio, in Paesi come Mozambico, Angola, Indonesia.

È importante andare a vedere di persona se le cose sono davvero come te le raccontano". Se non è in viaggio e non ha un pranzo di lavoro, il manager afferma di mangiare "qualcosa di sano" in ufficio. Poi, "cerco di finire entro le 19 e tornare a casa per cenare in famiglia o rilassarmi guardando sport. Ho una grande passione per le moto - rivela - sia per guidarle che per seguirne le gare".

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