ROMA – Duecento milioni non bastano. I sindacati lo ripetono in coro al governo Meloni, al termine del vertice ieri con il ministro delle Imprese Adolfo Urso e la ministra del Lavoro Marina Calderone. Serve un intervento più deciso, più strutturale, per salvare l’ex Ilva di Taranto: garantire l’occupazione, rilanciare la produzione, completare il processo di decarbonizzazione. «Il governo deve puntare alla proprietà pubblica dell’azienda. Il processo di decarbonizzazione, unica soluzione, deve essere garantito da una gestione pubblica con capitale pubblico», scandisce Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil.
L’accordo di programma
Ma il vero snodo, oltre alla risorse insufficienti per la gestione ordinaria, si chiama accordo di…
ROMA – Duecento milioni non bastano. I sindacati lo ripetono in coro al governo Meloni, al termine del vertice ieri con il ministro delle Imprese Adolfo Urso e la ministra del Lavoro Marina Calderone. Serve un intervento più deciso, più strutturale, per salvare l’ex Ilva di Taranto: garantire l’occupazione, rilanciare la produzione, completare il processo di decarbonizzazione. «Il governo deve puntare alla proprietà pubblica dell’azienda. Il processo di decarbonizzazione, unica soluzione, deve essere garantito da una gestione pubblica con capitale pubblico», scandisce Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil.
L’accordo di programma
Ma il vero snodo, oltre alla risorse insufficienti per la gestione ordinaria, si chiama accordo di programma. E la partita decisiva si gioca oggi al Mimit, il ministero delle Imprese, con la Regione Puglia, la Provincia e i Comuni interessati: Taranto e Statte. «La prima scelta spetta a Taranto», avverte Urso. E promette: «Andremo avanti a oltranza, anche tutta la notte se serve, finché non ci sarà una decisione comune positiva o negativa». Dall’accordo dipende infatti il rilascio giovedì dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) in conferenza dei servizi, senza la quale incombe la sentenza del Tribunale di Milano: «In mancanza dell’Aia — avverte il ministro — si rischia la chiusura dello stabilimento».
I nodi da sciogliere
Sulla carta, l’accordo tra le istituzioni dovrebbe rappresentare un punto di sintesi. Ma i nodi ancora da sciogliere sono numerosi: la localizzazione della nave rigassificatrice, i tempi della decarbonizzazione, i volumi produttivi futuri (si parla di 6 milioni di tonnellate all’anno di acciaio dai 2 milioni attuali), la costruzione del desalinizzatore. I sindacati vogliono chiarezza, soprattutto perché il tempo è quasi scaduto. «Mentre Roma discute, Sagunto cade», dice Urso, evocando l’espressione storica sulla paralisi decisionale mentre il disastro si compie. Ma per De Palma (Fiom-Cgil) «questo è solo il gioco del cerino». Il governo aspetta di scaricare la colpa sugli enti locali — a guida Pd — se l’accordo salta.
Una bomba sociale
La situazione tecnica degli impianti non lascia spazio all’inerzia. L’altoforno 1 è sotto sequestro per l’incendio di un mese fa, l’Afo 2 non è ripartito, l’Afo 4 ha chiuso ieri, dice la Cgil. «Senza l’approvazione dell’Aia ci sarà il blocco non solo della produzione, ma anche del risanamento ambientale, con un disastro occupazionale», avverte il leader della Uilm, Rocco Palombella. Anche Ferdinando Uliano, segretario della Fim-Cisl, lancia l’allarme: «Una bomba sociale. Bisogna creare tutte le condizioni per rilanciare lo stabilimento e garantire l’occupazione, anche dell’indotto». Parliamo di oltre 17 mila lavoratori.
Il piano industriale
I sindacati non si accontentano di misure tampone o interventi parziali. «Serve un piano industriale credibile — insistono — e un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori coinvolti». Il ritorno alla proprietà pubblica viene indicato come unica strada percorribile per la riconversione. Il ministro Urso dice che gli investitori esteri ci sono: non solo Baku, ma anche gli americani e gli indiani di Jindal starebbero alla finestra. Intanto l’azienda ha chiesto ai sindacati di salire a 4.050 lavoratori in Cassa integrazione. Se ne discuterà il 14 luglio. L’ex Ilva resta al bivio. Oggi, la scelta. E Taranto attende.