La lettera Dazi al 30%, Trump gela Bruxelles: si tratta fino al 1° agosto
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – A giudicare dal tono della missiva che Donald Trump ha inviato ieri a Ursula von der Leyen, peraltro non diverso dalle altre lettere minatorie già spedite a mezzo mondo, sembra quasi sia lui a farle il favore di imporre alla Ue dazi “solo” del 30%, in cambio del privilegio di continuare a esportare negli Usa. In realtà il ritorno alla linea più aggressiva del 2 aprile pone interrogativi sull’escalation, che potrebbe essere l’ennesimo trucco negoziale del presidente “Taco”, sempre pronto a tornare sui propri passi davanti alle reazioni negative dei mercati, oppure la conferma che le tariffe per lui non sono uno strumento negoziale per riequilibrare i commerci ma una linea politica protezionista permanente da usare per incassare quattrini e imporre la propria volontà su scala globale.
NEW YORK – A giudicare dal tono della missiva che Donald Trump ha inviato ieri a Ursula von der Leyen, peraltro non diverso dalle altre lettere minatorie già spedite a mezzo mondo, sembra quasi sia lui a farle il favore di imporre alla Ue dazi “solo” del 30%, in cambio del privilegio di continuare a esportare negli Usa. In realtà il ritorno alla linea più aggressiva del 2 aprile pone interrogativi sull’escalation, che potrebbe essere l’ennesimo trucco negoziale del presidente “Taco”, sempre pronto a tornare sui propri passi davanti alle reazioni negative dei mercati, oppure la conferma che le tariffe per lui non sono uno strumento negoziale per riequilibrare i commerci ma una linea politica protezionista permanente da usare per incassare quattrini e imporre la propria volontà su scala globale.
Basti pensare al Messico, destinatario di una missiva simile, con dazi al 30%. Ma soprattutto al Brasile, che, pur avendo un deficit rispetto agli Stati Uniti di 29 miliardi di dollari all’anno, ha ricevuto la minaccia di dazi al 50% perché Trump non vuole il processo al suo alleato Bolsonaro.
La lettera a Bruxelles minaccia dazi del 30% a partire dal primo agosto, cioè il 10% in più di quanto annunciato il 2 aprile, ma 20 punti in meno del 50% promesso pochi giorni fa, quando a suo giudizio l’Unione non trattava in maniera equa. In teoria c’è ancora tempo per negoziare un accordo entro agosto, ed è possibile che questo resti il vero obiettivo, almeno nei confronti dell’Europa. La lettera è solo una fase della trattativa, non un ordine esecutivo, perciò bisogna mantenere la calma e proseguire il dialogo.
Ora però Trump ha meno incentivi a negoziare, perché gli scenari peggiori ipotizzati dopo il 2 aprile non si sono realizzati. Ha incassato circa 100 miliardi di dollari dai dazi già in vigore; l’inflazione non è risalita forte; le Borse si sono riprese dopo lo shock iniziale e sono tornate ai massimi, con previsioni ottimistiche almeno secondo Goldman Sachs e Bank of America, che hanno alzato le stime sui target annuali dell’indice S&P 500. Inoltre l’economia Usa continua a crescere, la disoccupazione non sale, e se il dollaro proseguisse la ritirata lui non sarebbe poi così scontento – a parte il disonore di vederne appannare l’immagine mondiale – perché ciò favorisce le esportazioni americane.
Il capo della Casa Bianca potrebbe essersi convinto che la sua strategia funziona, non solo per obbligare le aziende straniere a produrre negli Usa e rilanciare così il settore manifatturiero domestico, ma anche per incassare abbastanza soldi in modo da inseguire il sogno del suo idolo William McKinley, che voleva sostituire il fisco Irs con le entrare dei dazi. Se le cose stanno così, gli accordi commerciali non gli servono più.
L’interrogativo se lo stanno ponendo anche i repubblicani tradizionali, favorevoli per natura al libero commercio. Ad esempio il senatore Chuck Grassley, che venendo dallo stato agricolo dell’Iowa ha bisogno delle esportazioni come il pane, ha detto al rappresentante per i commerci Jamieson Greer di aver preso finora una posizione d’attesa, perché credeva che Trump usasse i dazi come mezzo per riequilibrare gli scambi, non come fine politico protezionistico. Quindi ha avvertito: «Se le cose non stanno così, me lo dovete dire».
L’Europa avrebbe i margini per rispondere con le proprie tariffe, perché l’interscambio supera i mille miliardi di dollari, il deficit commerciale è di soli 50 miliardi e parecchie aziende americane che incassano profitti nel Vecchio continente si lamenterebbero con la Casa Bianca. Forse però il modo in cui potrebbe danneggiare di più Trump sarebbe lasciarlo solo nella sua sfida con la Cina, il vero nemico. I dazi imposti a Bruxelles sono inferiori rispetto a quelli contro Pechino, e quindi danno comunque un vantaggio competitivo alle esportazioni europee negli Usa rispetto a quelle cinesi, mentre la Ue può commerciare come crede con la Repubblica popolare. Entro il 12 agosto, però, Trump dovrebbe definire l’accordo con Xi, e potrebbe offrirgli condizioni migliori pur di colpire l’Europa, che non sopporta anche per ragioni politiche e culturali.