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Cattani (Farmindustria): “L’Europa deve difendere i farmaci dai dazi o le aziende se ne andranno”

Il presidente di Farmindustria Marcello Cattani 

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Il dirigente di Sanofi in Italia: “Gli Stati Uniti dipendono dalla nostra produzione, al tavolo bisogna farlo pesare di più. Con tariffe al 15% l’Italia pagherebbe 2,5 miliardi”
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ROMA – «La farmaceutica deve essere la priorità numero uno dell’Europa in questo negoziato, per il suo valore strategico, di competitività e di innovazione», dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e a capo della multinazionale Sanofi in Italia, mentre proprio i dazi sui farmaci – prima voce di export e surplus europei – sembrano essere uno degli ultimi ostacoli per l’intesa tra Bruxelles e Washington. «Se non a zero, bisogna arrivare al livello più basso possibile».

Trump ha sempre detto che li vuole tassare, l’indagine sul settore per imporre i dazi è quasi conclusa. E’ davvero possibile farlo desistere?

«Partiamo da una premessa: i dazi danneggiano prima di tutto i cittadini americani, rischierebbero di produrre delle carenze e alzare i costi ass…

ROMA – «La farmaceutica deve essere la priorità numero uno dell’Europa in questo negoziato, per il suo valore strategico, di competitività e di innovazione», dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e a capo della multinazionale Sanofi in Italia, mentre proprio i dazi sui farmaci – prima voce di export e surplus europei – sembrano essere uno degli ultimi ostacoli per l’intesa tra Bruxelles e Washington. «Se non a zero, bisogna arrivare al livello più basso possibile».

Trump ha sempre detto che li vuole tassare, l’indagine sul settore per imporre i dazi è quasi conclusa. E’ davvero possibile farlo desistere?

«Partiamo da una premessa: i dazi danneggiano prima di tutto i cittadini americani, rischierebbero di produrre delle carenze e alzare i costi assicurativi. La filiera produttiva poi è molto integrata tra Europa e Stati Uniti, destabilizzarla sarebbe soprattutto un favore alla Cina, che sta recuperando velocissima».

Sarà, ma se l’obiettivo di Trump è portare la produzione negli Usa diverse multinazionali, compresa Sanofi, hanno già annunciato investimenti miliardari.

«Il suo obiettivo è legittimo ma aprire un nuovo stabilimento richiede 5-6 anni. Ciò che spinge le aziende verso gli Stati Uniti in realtà sono il mercato, la certezza delle regole e la competitività. I dazi possono essere un acceleratore».

L’Europa rischia di perdere uno dei suoi pilastri industriali?

«Certo, anche perché non ha messo in campo una strategia di attrazione e investimenti alternativa».

Crede che altri settori siano stati difesi con più decisione in questo negoziato? La Germania ha spinto molto per l’automotive.

«L’auto vive una situazione difficile, ma bisogna anche capire che il mondo è cambiato. Certi prodotti stanno diventando delle “commodity”, si producono in tutto il mondo, non così farmaci e vaccini. Libertà e sicurezza passano da lì, il Covid ce lo ha mostrato».

Una tariffa allineata a quella base, ipotizziamo al 15%, sarebbe sostenibile per chi produce in Europa?

«Per noi italiani si tradurrebbe in 2-2,5 miliardi di tasse extra, che pagherebbero soprattutto i consumatori Usa, ma destabilizzerebbe comunque la filiera. È chiaro che il 15 è meglio del 30, come il 5 è meglio del 15».

Qual è la soglia massima accettabile? Senza accordo si potrebbe salire al 30% ed oltre.

«Non voglio parlare di soglie. Sarà un negoziato duro fino all’ultimo secondo e ho fiducia che alla fine prevalga il buon senso. Anche nell’interesse degli americani: per molti farmaci sono dipendenti dalla produzione europea».

L’Europa deve far “pesare” di più questa dipendenza?

«Assolutamente: non deve farsi intimorire e avere polso fermo nel difendere i suoi punti di forza. Ma la mia critica non è al negoziato, penso che Sefcovic stia facendo un buon lavoro, quanto all’assenza di una strategia per rilanciare competitività e ricerca in mezzo a una guerra globale per il primato nel biotech».

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