ROMA – «Anche un punto di dazi appesantisce le nostre esportazioni, figuriamoci 15». Simone Bettini è presidente del gruppo toscano Rosss, che progetta e produce scaffalature industriali, e da poche settimane al vertice di Federmeccanica. Molti descrivono il possibile accordo tra Europa e Stati Uniti con una tariffa base al 15% come un male minore. Non lui.
Perché?
«Non mi pare sopportabile, specie se ci aggiungiamo la svalutazione del dollaro rispetto all’euro, che potrebbe proseguire ancora e trasformare il temporale in catastrofe».
Senza accordo però scatterebbe il 30%, catastrofe sicura.
«Io mi auguro si possa trovare un’intesa migliore, perché con il 15% ci sarebbe una stangata per il made in Italy da 22,4 miliardi, co…
ROMA – «Anche un punto di dazi appesantisce le nostre esportazioni, figuriamoci 15». Simone Bettini è presidente del gruppo toscano Rosss, che progetta e produce scaffalature industriali, e da poche settimane al vertice di Federmeccanica. Molti descrivono il possibile accordo tra Europa e Stati Uniti con una tariffa base al 15% come un male minore. Non lui.
Perché?
«Non mi pare sopportabile, specie se ci aggiungiamo la svalutazione del dollaro rispetto all’euro, che potrebbe proseguire ancora e trasformare il temporale in catastrofe».
Senza accordo però scatterebbe il 30%, catastrofe sicura.
«Io mi auguro si possa trovare un’intesa migliore, perché con il 15% ci sarebbe una stangata per il made in Italy da 22,4 miliardi, considerato anche il dollaro».
Le aziende della meccanica proverebbero ad assorbire almeno in parte l’extra o lo scaricheranno sui clienti?
«Per oltre il 90% sono imprese medie e piccole, non hanno i margini per assorbirlo».
Si dice che la nostra manifattura produce beni ad alto valore aggiunto, difficili da rimpiazzare. Questo la aiuterà a difendere la sua quota mercato?
«Sicuramente abbiamo prodotti e marchi importanti, sappiamo lavorare bene. Però guardi che di Ferrari alla fine ce ne sono poche: le merci che facciamo noi le fanno anche altrove, e questo fa tremare».
Se alla fine i dazi sulla Cina fossero più alti le imprese Ue non ne avrebbero un vantaggio?
«In Cina lo Stato sussidia abbondantemente le imprese per esportare, noi il 15% non siamo in grado di ammortizzarlo».
Sta dicendo che servono compensazioni per i settori colpiti?
«Almeno dei sistemi che facciano da ammortizzatore e aiutino nello sviluppo di nuovi mercati. Se ne parla come se fosse facile, come se bastasse un accordo di libero scambio per uscire dall’aeroporto e trovare clienti. Non è così: ci vogliono almeno due anni, investimenti, competenze».
Qualcuno produrrà negli Usa?
«Chi ha già impianti all’estero sì, ma – ripeto – in Italia nove aziende su dieci sono medie e piccole».
La concorrenza della aziende Usa qui in Europa la spaventa, visto che potrebbero pagare dazi zero?
«Gli Stati Uniti hanno una leadership tecnologica, ma nella manifattura non è che siano così avanzati. Se poi cacciano la forza lavoro come faranno a produrre?».
Un accordo con Trump farebbe almeno venire meno l’incertezza?
«Mi sembra come un lancio di dadi. Non mi meraviglierei se tra qualche mese tirasse fuori un’altra questione. La speranza è che i numeri dell’economia, magari con qualche ritorsione, gli facciano capire che non paga».
L’Europa dovrebbe essere più dura nel negoziato?
«Trump riscrive le regole ogni giorno, toglie l’orientamento a chiunque, anche agli americani. Rispondere pan per focaccia non è nello stile dell’Europa. Io credo che a Bruxelles abbiano le competenze per capire quando attivare i controdazi, e magari anche colpire il settore tecnologico americano».