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Dazi, intesa più vicina: domani incontro decisivo tra Trump e von der Leyen

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

 

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I due si sono sentiti e dati appuntamento in Scozia. Possibile un accordo quadro con dazi al 15% sui prodotti europei, che eviterebbe l’escalation, ma sul tavolo restano i nodi auto e farmaci
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ROMA – Ci siamo. Dopo settimane di trattativa commerciale affidata ai negoziatori, tecnici e politici, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si vedranno di persona. L’invito è arrivato ieri da Trump, durante una telefonata che in un tweet von der Leyen ha definito «proficua». Appuntamento domani sul campo neutro della Scozia, dove il presidente sta volando per un viaggio tra l’ufficiale e il golfistico, per discutere «delle relazioni commerciali transatlantiche e di come mantenerle solide». E forse, come dicono con più sostanza fonti europee, per chiudere un accordo quadro che eviti di far scoppiare il primo agosto una guerra tariffaria aperta.

Intesa sul 15%…

ROMA – Ci siamo. Dopo settimane di trattativa commerciale affidata ai negoziatori, tecnici e politici, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si vedranno di persona. L’invito è arrivato ieri da Trump, durante una telefonata che in un tweet von der Leyen ha definito «proficua». Appuntamento domani sul campo neutro della Scozia, dove il presidente sta volando per un viaggio tra l’ufficiale e il golfistico, per discutere «delle relazioni commerciali transatlantiche e di come mantenerle solide». E forse, come dicono con più sostanza fonti europee, per chiudere un accordo quadro che eviti di far scoppiare il primo agosto una guerra tariffaria aperta.

Intesa sul 15%

Ieri salendo sull’aereo verso l’Europa Trump non si è sbilanciato, spiegando che le possibilità di chiudere sono «al cinquanta e cinquanta, forse un po’ meno». Parole da negoziatore, a cui va dato il giusto peso. Si era sempre detto che Von der Leyen sarebbe scesa in campo in prima persona ad accordo in vista, per l’ultimo chilometro, anche per evitare brutte figure. E negli ultimi giorni, dopo gli incontri tra il commissario Sefcovic e i suoi omologhi americani, un consenso sembra essersi formato attorno a una tariffa base sulle merci europee del 15%. Non certo lo zero che Bruxelles sognava all’inizio, offrendo in cambio di azzerare le sue tasse doganali e comprare gas e armi americane. Né il 10% riservato al Regno Unito, su cui aveva ripiegato poi. Ma la stessa cifra ottenuta pochi giorni fa dal Giappone, asimmetrica ma accettabile per la maggior parte dei 27 Paesi, anche perché dovrebbe includere l’1,6% già in vigore prima del ritorno di Trump. D’altra parte è la metà del 30% che, senza intesa, scatterebbe fra una settimana, costringendo l’Europa a varare le sue ritorsioni.

Il nodo delle tariffe settoriali

Trattandosi di Trump però nulla va dato per scontato. Anche perché per definire il quadro mancano ancora una serie di elementi. Bruxelles vorrebbe delle garanzie sui dazi settoriali: quelli al 25% già in vigore sull’auto, e quelli che a breve gli Stati Uniti potrebbe imporre su farmaci ed elettronica. Chiede - almeno - che non superino la cifra base, mentre quelli su acciaio e alluminio dovrebbero restare al 50%. Trump insiste sull’apertura del mercato Ue, che per lui significa modificare leggi digitali e standard alimentari. È possibile che su vari punti l’intesa resti generica, disinnescando l’escalation e aprendo la strada a un’ulteriore negoziato. Anche se questo significherebbe prolungare pure una buona dose di incertezza.

Contromisure spuntate

In mancanza di accordo, l’Europa ha pronte delle contromisure. I 27 governi hanno varato una seconda lista di controdazi su beni americani per 72 miliardi, che si aggiunge alla prima da 21. Arma non proprio proporzionata, considerato che gli Stati Uniti tassano merci europee per 380 miliardi. E, si è scoperto ieri, anche un po’ spuntata. Le ritorsioni infatti non scatterebbero tutte insieme il 7 agosto: quel giorno partirebbero solo i dazi della prima lista, mentre gli altri a blocchi nei mesi successivi, la maggior parte il 7 settembre, quelli industriali addirittura il 7 febbraio 2026. La ragione ufficiale è dare a dogane e imprese il tempo di adeguarsi, quella ufficiosa non alzare i toni proprio ora.

Aperture e chiusure

Più che questa debole minaccia allora, a spingere il presidente americano verso un’intesa sembra essere la voglia di mettere un primo punto alla sua offensiva tariffaria, e contare le entrate extra a bilancio. Dopo gli accordi con Regno Unito, Vietnam, Indonesia, Filippine e soprattutto Giappone, Trump ha detto che sono pronte a partire altre 200 letterine che illustreranno ai Paesi i dazi in vigore dal primo agosto. Ieri ha avuto parole dure per il vicino Canada, con cui «non c’è molto da negoziare» e che potrebbe quindi beccarsi delle «tariffe unilaterali».

Ha aperto invece al rivale (in teoria) cinese, in vista del nuovo incontro a Stoccolma tra il segretario al Tesoro Bessent e gli emissari di Pechino: «Abbiamo il perimetro di un accordo». Probabile che la tregua armata tra le due superpotenze, in scadenza il 12 agosto, venga estesa.

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