Vini e distillati, sui dazi rischiano una vita da separati in casa
di Alessandro CicognaniVino e spiriti rischiano di fare sempre più una vita da separati in casa. La stretta di mano sui dazi tra Donald Trump e Ursula von der Leyen potrebbe creare una frattura nel mondo delle bevande alcoliche europee, che già vivono trend diversi dal punto di vista industriale. E il motivo è presto detto: il vino esportato negli Stati Uniti sarà gravato dalle tariffe generalizzate al 15%, mentre il resto degli alcolici ha più chances di andare verso l’esenzione. «Perché?» è la domanda che si pongono gli operatori del settore. C’è chi dice che sia una questione prettamente burocratica, che vorrebbe il vino ricadere tra i derivati dell’agroalimentare e gli spiriti nella categoria dei distillati; dunque con normative, strade e quindi anche dazi differenti.
Molto è ancora da chiarire, sia chiaro, su come cadranno le esenzioni dai dazi. Quel che è certo è che dopo l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump, in mattinata è arrivata una mail alle associazioni dagli importatori americani, dove si…
Vino e spiriti rischiano di fare sempre più una vita da separati in casa. La stretta di mano sui dazi tra Donald Trump e Ursula von der Leyen potrebbe creare una frattura nel mondo delle bevande alcoliche europee, che già vivono trend diversi dal punto di vista industriale. E il motivo è presto detto: il vino esportato negli Stati Uniti sarà gravato dalle tariffe generalizzate al 15%, mentre il resto degli alcolici ha più chances di andare verso l’esenzione. «Perché?» è la domanda che si pongono gli operatori del settore. C’è chi dice che sia una questione prettamente burocratica, che vorrebbe il vino ricadere tra i derivati dell’agroalimentare e gli spiriti nella categoria dei distillati; dunque con normative, strade e quindi anche dazi differenti.
Molto è ancora da chiarire, sia chiaro, su come cadranno le esenzioni dai dazi. Quel che è certo è che dopo l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump, in mattinata è arrivata una mail alle associazioni dagli importatori americani, dove si spiega che dal 7 agosto (anziché da oggi) il vino verrà sottoposto al dazio del 15%. Sugli spiriti si resta sospesi.
Le ragioni dietro le mosse di The Donald
La realtà dei fatti è però un’altra e bisogna mettersi nell’ottica dell’inquilino della Casa Bianca per capirla. Semplicemente il vino europeo rappresenta una “minaccia” per gli Stati Uniti, mentre gli spiriti no. È l’epilogo del contorto (e incomprensibile) calcolo del Tycoon sulla bilancia commerciale, che quando pende a favore degli Usa tutto bene, ma quando va al contrario allora è vista come un “dazio indiretto” applicato dal paese esportatore.
Distillati esentati, il vino aspetta il “secondo tempo”
Ecco come mai, per ora, sul vino ci sono meno speranze, nonostante il settore sia in pressing per ottenere l’esenzione e lo stesso ministro Tajani abbia assicurato che si lavora in tal senso. Il quadro è per ora quello delineato da indiscrezioni trapelate dopo il vertice scozzese, dove sono state buttate giù le linee guida dell’intesa tra Washington e Bruxelles. I distillati hanno più chances di essere esentati dai dazi che scattano il 7 agosto, tenendo fede a quell’accordo sugli alcolici datato 1994, quando rappresentanti degli Stati Uniti e dell’allora Comunità europea si impegnarono ad accettare il riconoscimento di alcuni prodotti delle due potenze come distintivi. Tra questi il Bourbon Whisky e il Tennessee Whisky americani.
Niente da fare invece per il derivato dell’uvam che teme un impatto non inferiore ai 300 milioni di euro. Tajani si sarebbe impegnato con le associazioni di categoria per lavorare su possibili esenzioni, ma solo nel “secondo tempo” delle trattative, ovvero quelle che partiranno dopo l’avvio ufficiale di domani.
Solo il whisky americano in Ue vale 700 milioni
Quando si parla di vino e spiriti, gli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico sono ampiamente differenti. Per non parlare della spaccatura culturale: quella europea è profondamente radicata sia nel nettare di Bacco che nei grandi distillati scozzesi, francesi e spagnoli; quella statunitense è legata quasi esclusivamente al whiskey, eccezion fatta per quel piccolo pezzo di California vitivinicola che ha nome Napa Valley.
Una spaccatura che si sostanzia nei numeri. Gli ultimi aggiornamenti del Discus (il Distilled spirits council of the United States) certificano che l’Europa è un mercato strategico per il whisky americano, con le esportazioni che negli ultimi tre anni sono aumentate del 60%, arrivando oltre i 700 milioni di dollari, la metà esatta delle esportazioni totali di questo prodotto. Questo si è reso possibile anche grazie alla sospensione da gennaio 2022 dei dazi Ue sul whisky, nell’ambito della controversia sull’acciaio e l’alluminio. Ampliando lo sguardo, l’export americano di superalcolici vale 2,2 miliardi di dollari all’anno, quello europeo è poco più alto a 2,9 miliardi (dati Eurostat).
Sul vino non c’è partita, la bilancia pende verso l’Ue
Sul vino, al contrario, non c’è proprio partita. Sempre l’Eurostat testimonia che l’anno scorso l’esportazione di rossi, bianchi e bollicine negli Stati Uniti ha toccato i 5 miliardi di euro. La rotta al contrario delle importazioni? Vale poco più di 300 milioni di euro. Il divario è evidente, ma ciò di cui non si tiene conto è che proprio in America è fiorita un’intera economia attorno all’importazione dei vini europei.
Nel suo recente Economic impact report, l’associazione Wine America ha calcolato in 144,4 miliardi di dollari il valore della filiera locale che ruota attorno all’importazione di questo prodotto, dai distributori alle reti di trasporto fino al canale retail. Con un dazio al 15%, l’Unione italiana vini ha stimato che il danno per la stessa economia americana potrebbe aggirarsi intorno ai 25 miliardi di dollari. Un vero e proprio schiaffone, che inizia già a sortire i primi effetti. Il segretario generale dell’Uiv, Paolo Castelletti, lo conferma: «Abbiamo saputo di importatori e distributori americani che hanno iniziato a licenziare personale». Il presidente dell’Uiv non ha dubbi: «E’ necessario includere il vino nella lista zero per zero».