Economia

De Novellis (Ref): “Gli americani soffriranno per i dazi più delle nostre imprese”

De Novellis (Ref): “Gli americani soffriranno per i dazi più delle nostre imprese”
(reuters)

“Gli effetti sull’inflazione Usa sono sottovalutati, li vedremo solo tra qualche mese. L’Italia rischia 0,4 punti di Pil, ma con le mosse Bce e la politica fiscale meno austera si possono compensare”

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Fedele De Novellis, direttore di Ref Ricerche, commenta l’aggiornamento sulle previsioni globali dell’Fmi che ha migliorato le stime di crescita per l’economia e in piccola parte anche per l’Italia.

Come si spiega questa mossa alla luce dell’incertezza sui dazi che ha accompagnato gli ultimi mesi?

Il Fondo monetario ha spiegato che c’è stato un effetto-accumulo per anticipare l’entrata in vigore delle tariffe. Nello scenario precedente, che risaliva ad aprile, gli aspetti negativi erano già pienamente incorporati, con l’introduzione di tariffe in alcuni casi (la Cina in particolare, ndr) ancor più elevate. Poi la fase di stabilità dei prezzi delle materie prime e i tagli ai tassi della Bce hanno ulteriormente aiutato a migliorare le prospettive. Resta evidente che i rischi sullo scenario sono fortemente al ribasso, ma più per gli Usa che per l’area euro.

In che senso?

Se le cose dovessero andare peggio, la Bce avrebbe spazio per sostenere l’economia. Credo invece che l’economia americana possa rallentare per una pressione sui prezzi – derivante dai dazi – maggiore di quel che si aspetta il mercato. Ma se l’economia Usa andasse in difficoltà in presenza di inflazione in risalita, la Fed avrebbe le mani legate nel sostenerla.

Nella vostra ultima ricerca, rilevate che i prezzi all’import Usa (calcolati prima della dogana) fino ad aprile-maggio non sono scesi: significa che per ora i rincari dei dazi l’hanno pagato gli importatori americani?

Molto spesso i contratti prevedono consegne posticipate: finora probabilmente abbiamo tracciato spedizioni contrattualizzate in tempi precedenti. Vedremo l’evoluzione nei prossimi mesi: sicuramente la situazione mette a dura prova gli esportatori europei e asiatici, ma ancor più i consumatori americani. Su alcuni beni iniziamo a vedere gli effetti delle politiche commerciali. Un segmento fortemente dipendente dalle importazioni è quello dell’abbigliamento, ma i negozi oggi vendono prodotti arrivati sei mesi fa. L’effetto dei dazi sui prezzi lo vedremo in vetrina da ottobre.

Come giudica l’intesa al 15% tra Usa e Ue?

Siamo sempre tutti critici verso la Commissione. Ricordiamoci che “il matto” sta dall’altra parte dell’Oceano. Per quel che sappiamo finora dell’accordo, emergono aspetti sibillini, per esempio nella parte di investimenti o degli acquisti di energia. Parliamo di una intesa ancora tutta da definire: sembra che permetta a Trump di dire “ho vinto”, ma le trattative dureranno ancora per molto.

Quali impatti per le imprese europee?

E’ determinante il fatto che tutti i Paesi partner degli Usa siano sottoposti a dazio. Paradossalmente, un esportatore europeo potrebbe beneficiare della situazione verso un produttore cinese daziato al 30%. Dipende dalla forza del prodotto di resistere all’effetto-sostituzione.

Quale impatto per l’economia italiana?

La nostra stima è che in due anni possiamo perdere quattro decimi di crescita del Pil. Ma ci sono importanti elementi di contro-bilanciamento: la politica monetaria della Bce sta già compensando il quadro. E poi la politica fiscale, in particolare tedesca, può aiutare. Il clima è tale da aspettarci una impostazione meno austera a Bruxelles nella valutazione delle politiche di bilancio, il che può attutire di 1-2 decimi di punto l’effetto dei dazi. Con la politica monetaria, potremmo anche arrivare a compensarli del tutto.

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