MILANO – Le società di Piazza Affari fanno la conta dei danni da dazi, provando a stimarne i riflessi sul bilancio, per quanto possibile date le zone d’ombra che restano. L’occasione per farlo arriva dai numeri trimestrali, in corso di diffusione proprio in questi giorni. Così, Campari, nel comunicato di giovedì scorso, calcola un impatto negativo compreso tra «un minimo di 4 milioni di euro, ipotizzando nessun dazio sui beni importati dall’Europa e la conferma dell’esenzione su quelli importati da Canada e Messico, e un massimo di 45 milioni a livello di risultato operativo (ebit) nel 2025, prima di potenziali azioni di mitigazione».
Il giorno stesso, il direttore finanziario (cfo) Paolo Marchesini ha precisato che i dazi al 15% tra Usa e Ue, «se confermati, avrebbero un impatto lordo di 20 milioni di dollari nel 2025 e di 75 nel 2026». Marchesini ha poi indicato due principali contromisure che Campari potrebbe prendere: delocalizzare la produzione negli Stati Uniti e aumentare i p…
MILANO – Le società di Piazza Affari fanno la conta dei danni da dazi, provando a stimarne i riflessi sul bilancio, per quanto possibile date le zone d’ombra che restano. L’occasione per farlo arriva dai numeri trimestrali, in corso di diffusione proprio in questi giorni. Così, Campari, nel comunicato di giovedì scorso, calcola un impatto negativo compreso tra «un minimo di 4 milioni di euro, ipotizzando nessun dazio sui beni importati dall’Europa e la conferma dell’esenzione su quelli importati da Canada e Messico, e un massimo di 45 milioni a livello di risultato operativo (ebit) nel 2025, prima di potenziali azioni di mitigazione».
Il giorno stesso, il direttore finanziario (cfo) Paolo Marchesini ha precisato che i dazi al 15% tra Usa e Ue, «se confermati, avrebbero un impatto lordo di 20 milioni di dollari nel 2025 e di 75 nel 2026». Marchesini ha poi indicato due principali contromisure che Campari potrebbe prendere: delocalizzare la produzione negli Stati Uniti e aumentare i prezzi.
Il colosso degli pneumatici Pirelli ha già fatto scattare il piano di mitigazione che, come precisato sempre a fine luglio, ha permesso nel secondo trimestre di contenere l’impatto negativo delle tariffe sul risultato operativo rettificato (ebit adjusted) da 15 a 6 milioni di euro. Nella presentazione agli analisti si stima per fine anno di riuscire a mitigare l’impatto lordo da 60 a 30 milioni.
Le tariffe sugli pneumatici europei dovrebbero ora scendere dal 25 al 15%, ma questo, ha sottolineato il vicepresidente esecutivo di Pirelli Marco Tronchetti Provera, «non migliorerà la situazione in modo significativo. L’accordo tra Usa e Ue da un lato riduce l’incertezza e evita una escalation, dall’altro impone costi rilevanti e ci si attende che alimenti l’inflazione. Stiamo prendendo misure per gestire i rischi», ha aggiunto Tronchetti.
Anche Tenaris registra le conseguenze dei dazi sui conti, pur non quantificandole. Prevedendo nel secondo semestre un «moderato calo delle vendite», il produttore di tubi si aspetta che «i margini saranno influenzati dall’aumento dei costi tariffari». Dopo l’aumento delle tariffe al 50% sui prodotti siderurgici, il numero uno di Tenaris Paolo Rocca prevede che negli Stati Uniti le importazioni di Octg, ossia particolari tubi utilizzati nel settore energetico, «diminuiranno dai livelli elevati del primo semestre e che i prezzi degli Octg in Usa aumenteranno».
Gli stessi superdazi sull’acciaio non fanno paura al gruppo della cantieristica navale Fincantieri, «per il semplice motivo che abbiamo flessibilità nell’approvvigionamento in diverse regioni», ha affermato l’ad Pierroberto Folgiero. Inoltre, «le specifiche commodity non fanno una grande differenza sul costo tecnico di una nave».
Fincantieri non è l’unica società quotata a calcolare trascurabili conseguenze di bilancio legate ai dazi. C’è, tra gli altri, il produttore di impianti frenanti Brembo, il cui presidente esecutivo Matteo Tiraboschi ha di recente dichiarato: «I dazi per noi sono abbastanza irrilevanti, perché produciamo dove ci sono i nostri clienti. L’effetto che possiamo subire è quello indiretto, ovvero l’impatto sui nostri clienti che producono in Europa e esportano negli Stati Uniti». Anche la società della diagnostica da laboratorio Diasorin calcola per l’anno in corso un impatto «non significativo sulla marginalità».
Un discorso a parte merita il produttore di cavi Prysmian. Stando alle parole del numero uno Massimo Battaini non solo è «immune alle tariffe sul rame perché tutto quello che utilizziamo proviene dalle nostre catene di rifornimento negli Usa». Ma addirittura Prysmian sembra quasi festeggiare i dazi: «Grazie anche ai nostri avvocati, le tariffe del 50% non si applicano solo sul materiale grezzo ma sono state estese agli importatori di cavi finiti in rame».