Alessandro Aresu: “Negli Stati Uniti si produrranno più chip, ma non è merito dei dazi di Trump”
Filippo SantelliROMA – Quasi tutti i maggiori produttori globali di chip, dalla taiwanese Tsmc alla coreana Samsung, hanno grossi investimenti produttivi negli Stati Uniti e quindi, stando a ciò che ha detto Trump, potrebbero essere esentati dei dazi», dice Alessandro Aresu, analista geopolitico e studioso delle grandi filiere tecnologiche. Ieri, nonostante la minaccia di tariffe al 100% sui microprocessori, i titoli dei big del settore hanno festeggiato in Borsa. «Bisogna però capire quali investimenti saranno ritenuti sufficienti da Washington».
Resta il fatto che le aziende stanno portando la produzione più avanzata negli Usa. È un successo di Trump e delle sue tariffe?
«La prima ragione è la forza del mercato americano, ampliata dal ciclo dell’intelligenza artif…
ROMA – Quasi tutti i maggiori produttori globali di chip, dalla taiwanese Tsmc alla coreana Samsung, hanno grossi investimenti produttivi negli Stati Uniti e quindi, stando a ciò che ha detto Trump, potrebbero essere esentati dei dazi», dice Alessandro Aresu, analista geopolitico e studioso delle grandi filiere tecnologiche. Ieri, nonostante la minaccia di tariffe al 100% sui microprocessori, i titoli dei big del settore hanno festeggiato in Borsa. «Bisogna però capire quali investimenti saranno ritenuti sufficienti da Washington».
Resta il fatto che le aziende stanno portando la produzione più avanzata negli Usa. È un successo di Trump e delle sue tariffe?
«La prima ragione è la forza del mercato americano, ampliata dal ciclo dell’intelligenza artificiale: i maggiori clienti delle aziende dei chip sono tutti lì, Microsoft, Meta, Amazon, Tesla, Oracle. E poi gli incentivi del Chips Act di Biden hanno reso gli investimenti più convenienti».
Il ricatto dei dazi non c’entra?
«Può aver anticipato operazioni che sarebbero state più dilazionate nel tempo. Per tenersi buono Trump, aziende come Nvidia o Apple si giocano la partita a colpi di centinaia di miliardi».
L’industria dei chip è stata la prima a globalizzarsi quando la produzione è andata in Asia. Gli Stati Uniti stanno riuscendo a riavvolgere il nastro in nome dell’autonomia strategica?
«Stiamo parlando di una diversificazione che riduce la centralità di Corea e Taiwan, e che per gli Usa è positiva, ma non di autonomia. Il più avanzato sistema di Nvidia per l’intelligenza artificiale ha un milione e 200mila componenti, che richiedono migliaia di fornitori, molti dei quali restano in Oriente. Questa dipendenza si può ridurre, non annullare. E per Washington c’è una grande incognita».
Quale?
«La forza lavoro. Questi grandi stabilimenti sono a uno stadio iniziale, ma quando la produzione entrerà a regime chi ci lavorerà? Saranno taiwanesi o americani?».
Sullo sfondo c’è la grande sfida tecnologica con Pechino. Biden aveva limitato le esportazioni dei chip avanzati verso la Cina, Trump pare disposto a negoziare anche questo pur di chiudere un accordo con Xi Jinping. È un rischio?
«Trump vuole un grande accordo con Xi e vede anche i chip in ottica negoziale. Aderisce alla visione del suo consigliere per la tecnologia David Sacks, secondo cui venderli non è un grande pericolo. Anzi, fornendoli al mondo, i Paesi si legheranno all’America e non alla Cina. D’altra parte i controlli alle esportazioni di Biden non stanno funzionando, un po’ per l’enorme burocrazia e un po’ perché Pechino può rispondere con la stessa moneta, per esempio bloccando l’export delle terre rare».
Nei chip Pechino insegue ancora o ha raggiunto gli Stati Uniti?
«La distanza c’è, ma la Cina recupera grazie alla forza del suo capitale umano. Se gli Usa chiudono a immigrati e studenti, è finita: lì nelle grandi aziende lavorano tantissimi asiatici».
Anche l’Europa punta a recuperare capacità industriale nei processori. Ce la farà?
«I produttori europei come St, Infineon o Nxp erano già messi male perché legati al mercato dell’automotive, dove le case emergenti cinesi comprano sempre più chip cinesi. Inoltre non hanno grossi investimenti negli Stati Uniti, St non ne ha nessuno. Anche se per loro il dazio sarà limitato al 15% – tutto da verificare – porterà un ulteriore danno di competitività. Per l’Europa attirare aziende straniere diventa ancora più difficile, mentre le sue – eccetto campioni come Asml – rischiano di sparire nel giro di pochi anni».