MILANO – In quel faccia a faccia tra le colline scozzesi dove l’Unione europea ha provato a fissare le nuove regole commerciali con gli Stati Uniti, von der Leyen sapeva di poter solleticare l’interesse di Donald Trump con una promessa su un tema a lui caro: impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di dollari in prodotti energetici nell’arco del mandato del presidente Usa.
Duecentocinquanta miliardi all’anno divisi non equamente tra gas, petrolio e tecnologie nucleari. Prima ancora di commentare la cifra – «sfidante» a detta degli esperti – è bene ricordare che non sono Bruxelles e Washington a stringere accordi sul gas naturale liquefatto (Gnl), ma gli operatori privati. Il che rende gli impegni presi «non vincolanti», come ha ammesso ieri la stessa Comm…
MILANO – In quel faccia a faccia tra le colline scozzesi dove l’Unione europea ha provato a fissare le nuove regole commerciali con gli Stati Uniti, von der Leyen sapeva di poter solleticare l’interesse di Donald Trump con una promessa su un tema a lui caro: impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di dollari in prodotti energetici nell’arco del mandato del presidente Usa.
Duecentocinquanta miliardi all’anno divisi non equamente tra gas, petrolio e tecnologie nucleari. Prima ancora di commentare la cifra – «sfidante» a detta degli esperti – è bene ricordare che non sono Bruxelles e Washington a stringere accordi sul gas naturale liquefatto (Gnl), ma gli operatori privati. Il che rende gli impegni presi «non vincolanti», come ha ammesso ieri la stessa Commissione, e li declassa a «intenzioni trasmesse in buona fede».
Veniamo ai numeri. Secondo l’esecutivo Ue, i calcoli sono basati sul piano comunitario per tagliare l’approvvigionamento di combustibili dalla Russia (l’anno scorso pari a 23 miliardi), a vantaggio del «più economico e miglior» Gnl statunitense. Peccato che il numero, 250 miliardi all’anno, stoni se confrontato con il passato.
Nel 2024 l’Europa ha importato in totale 375 miliardi di prodotti energetici, di cui solo 76 dagli Stati Uniti, ben al di sotto di quanto pattuito in Scozia. Allo stesso tempo, l’anno scorso gli States hanno esportato poco più di 330 miliardi di energia verso il resto del mondo. Pensare che in breve tempo possano intensificare la produzione così da fornire 250 miliardi a un solo mercato è quantomeno pretenzioso. A chi ha dimestichezza con il settore, anche l’unità di misura impiegata nell’accordo, il denaro, pare insolita: 250 miliardi ai prezzi del 2022, quando la quotazione del gas era alle stelle, corrisponde a una quantità di materia prima ben diversa da quella che si ottiene fissando i prezzi ai livelli di soli due anni prima, quando il mondo si è fermato per il Covid.
Sarebbe poi un errore tralasciare il contesto in cui si inserisce la promessa, ovvero quella di una domanda di energia stabile se non addirittura in calo in Europa. Senza contare che Bruxelles punta ancora ad azzerare le emissioni nette entro il 2050.
È vero che nel primo semestre di quest’anno, la contrazione dei consumi del Continente, così come dell’Italia, si è fermata (+0,7%) e la domanda di gas è perfino salita di qualche punto percentuale. Ma parlare di un’inversione di tendenza è prematuro. Stando ai fatti, anche qualora l’Ue aumentasse gli acquisti di Gnl dagli Stati Uniti – già intorno al 50% del totale – c’è il rischio che si allarghi la fetta a stelle e strisce, ma di una torta complessivamente più piccola.
Per il momento le imprese del settore restano spettatrici, in attesa di conoscere i contorni delle proposte politiche. Solo dalla Germania arriva una risposta, e non è positiva. «Gli Stati Uniti non possono aumentare tanto le esportazioni e questo significa che alla fine si tratterà solo di una ridistribuzione, in cui mi chiedo dove sia il valore aggiunto», ha dichiarato l’amministratore delegato di Rwe, Markus Krebber, in un’intervista all’Handelsblatt in cui non ha risparmiato critiche per l’accordo commerciale. Quello del Gnl è un mercato maturo in cui i carichi vanno verso i porti che assicurano le condizioni economiche migliori e non è detto che le rotte coincidano da quelle che vorrebbero i politici.
Anche senza pressioni, qualcosa si muove. In primavera Edison ha portato in Italia i primi carichi di Gnl statunitensi comprati da Venture Global, con cui anche Eni ha stretto un accordo per due milioni di tonnellate di gas liquido all’anno per un ventennio. Peccato che le consegne dovrebbero partire entro il 2030. Inoltre, a differenza di Edison, il Cane a sei zampe non ha ancora stabilito i terminali di rigassificazione in cui consegnerà i carichi, lo deciderà in un secondo momento in base al mercato. Considerando l’indipendenza degli operatori, così come i limiti di produzione dell’America e di importazione dell’Europa, è comprensibile come la famosa promessa di von der Leyen resti ancora aleatoria.