ROMA – Annunciata come un aiuto ai giovani, la norma giace sulla carta. Da gennaio 2025 i neoassunti avrebbe potuto versare volontariamente fino a due punti percentuali in più di contributi previdenziali all’Inps, compresa la gestione separata dei precari, per aumentare il proprio montante e quindi la pensione futura. Ma a otto mesi dall’entrata in vigore della legge di bilancio, la norma è ancora ferma. Il decreto attuativo del ministero del Lavoro, di concerto con il ministero dell’Economia, non è mai arrivato. E senza quello, tutto resta inapplicabile.
Per evitare una pensione povera
La misura inserita in manovra su iniziativa parlamentare, durante l’esame alla Camera, era stata pensata per dare ai neoassunti un’occasione in più per costruirsi una pen…
ROMA – Annunciata come un aiuto ai giovani, la norma giace sulla carta. Da gennaio 2025 i neoassunti avrebbe potuto versare volontariamente fino a due punti percentuali in più di contributi previdenziali all’Inps, compresa la gestione separata dei precari, per aumentare il proprio montante e quindi la pensione futura. Ma a otto mesi dall’entrata in vigore della legge di bilancio, la norma è ancora ferma. Il decreto attuativo del ministero del Lavoro, di concerto con il ministero dell’Economia, non è mai arrivato. E senza quello, tutto resta inapplicabile.
Per evitare una pensione povera
La misura inserita in manovra su iniziativa parlamentare, durante l’esame alla Camera, era stata pensata per dare ai neoassunti un’occasione in più per costruirsi una pensione meno povera. Contributi extra a carico del lavoratore, con deducibilità fiscale al 50%. Un’operazione apparentemente virtuosa, seppur contraddittoria. Perché la pensione maturata grazie a questi versamenti extra non aiuta ad anticipare l’uscita dal lavoro. Non conta infatti per raggiungere le soglie richieste dalla pensione contributiva anticipata a 64 anni: 20 anni di contributi e un assegno mensile pari almeno a 3 volte l’assegno sociale (1.616 euro nel 2025, che saliranno a 1.724 euro dal 2030 con il passaggio a 3,2 volte), a meno di essere madri. Un livello già oggi fuori portata per molti giovani precari o part-time. E che il governo, invece di abbassare, ha alzato.
I limiti: no ai fondi e non conta per i valori soglia
Non solo. La norma stabilisce che quella parte di pensione aggiuntiva potrà essere liquidata solo al compimento dell’età per la pensione di vecchiaia – oggi pari a 67 anni, soggetta però alla speranza di vita e quindi in crescita – e solo «a domanda». Nessun automatismo, nessuna flessibilità. Un giovane “contributivo” puro può pagare qualcosa in più (oltre al 9,19% già previsto per i dipendenti), ma è obbligato a versare all’Inps, senza ad esempio poter scegliere fondi di previdenza complementare. Spinti invece da un’altra norma del governo e proprio per raggiungere i valori soglia alzati per l’uscita a 64 anni. È tutto da misurare dunque il successo di questa norma che invita i giovani a mettere più contributi da parte, sapendo però che quei versamenti non l’aiutano ad anticipare l’uscita a 64 anni (età anche questa soggetta alla speranza di vita). Ma lo portano all’età di vecchiaia sempre che riesca ad accumulare almeno 20 anni di contributi. Altrimenti si pensionerà da settantenne. In ogni caso, la discussione non è neanche partita. Perché la norma è ferma.