Pechino fa muro sui chip Nvidia: “Le aziende usino quelli cinesi”
Filippo SantelliROMA – Quel che stanno negoziando Stati Uniti e Cina, con tre mesi di tregua in più, va ben oltre i dazi e la bilancia commerciale. Sul tavolo delle due superpotenze ci sono le industrie strategiche per la loro competizione tecnologica, dalle terre rare – monopolio cinese – ai chip più avanzati per l’Intelligenza artificiale – monopolio americano. Mosse, contromosse e bluff dei litiganti ci girano attorno. Washington che prima blocca e poi riapre le esportazioni dei processori dei suoi campioni Nvidia e Amd, pur imponendo loro una tassa del 15% sulle vendite in Cina. Pechino che da un lato chiede di più, l’accesso anche ai chip di ultimissima generazione, e dall’altro – si apprende ora – spinge le sue aziende a sostituire i prodotti americani con quelli cinesi, chiedendo loro di spiegare perché ancora non lo fanno.
ROMA – Quel che stanno negoziando Stati Uniti e Cina, con tre mesi di tregua in più, va ben oltre i dazi e la bilancia commerciale. Sul tavolo delle due superpotenze ci sono le industrie strategiche per la loro competizione tecnologica, dalle terre rare – monopolio cinese – ai chip più avanzati per l’Intelligenza artificiale – monopolio americano. Mosse, contromosse e bluff dei litiganti ci girano attorno. Washington che prima blocca e poi riapre le esportazioni dei processori dei suoi campioni Nvidia e Amd, pur imponendo loro una tassa del 15% sulle vendite in Cina. Pechino che da un lato chiede di più, l’accesso anche ai chip di ultimissima generazione, e dall’altro – si apprende ora – spinge le sue aziende a sostituire i prodotti americani con quelli cinesi, chiedendo loro di spiegare perché ancora non lo fanno.
La rimonta cinese
Non è una contraddizione. Da anni la Repubblica popolare cerca di sviluppare un’industria nazionale del silicio, che la renda autonoma dalle importazioni e quindi non ricattabile. Ha fatto grandi passi in avanti, ma il gap con gli Stati Uniti non è ancora colmato, in particolare sui super processori per l’IA, il dominio di Nvidia. I più nuovi e potenti si chiamano Blackwell e i limiti alle esportazioni introdotti da Biden li rendono “off limits”: Pechino chiede a Trump di sbloccare anche quelli e il presidente, due giorni fa, non lo ha escluso. Per ora ha deciso di lasciar passare almeno gli H20, una versione dalle prestazioni inferiori – lui ha detto «obsoleta» - ma con cui le Big tech cinesi, da DeepSeek a Alibaba, sono riuscite a ottenere fior fiore di intelligenze sintetiche.
La sua scelta ha sollevato molte critiche nei circoli Usa della sicurezza nazionale, al Congresso e tra gli stessi repubblicani. Riflette una strategia opposta rispetto all’amministrazione Biden, secondo cui il vantaggio americano non si conserva vietando le vendite di tecnologia all’estero, ma spingendole il più possibile. Il rischio, ovviamente, è vendere al rivale cinese dei “moltiplicatori di potenza” industriale e militare.
Pechino vuole di più
La tassa del 15% che Trump ha estratto dal cilindro conferma la sua imprevedibilità, e non piace a Pechino. Ma in questo bazar dove tutto è negoziabile la Cina vede l’occasione di ottenere di più, e di certo la possibilità di guadagnare altro tempo per lo sviluppo di alternative nazionali, missione che la solita Huawei sta coordinando per conto di Xi. Quando succederà il messaggio alle aziende - “comprate chip cinesi” - diventerà un ordine.
Chi per ora si destreggia alla grande tra i due litiganti è Jensen Huang, fondatore e capo di Nvidia, facendo la spola tra Washington, dove ha accettato di versare l’obolo a Trump, e Pechino, dove giura che nei suoi chip non ci sono “porte sul retro” a disposizione delle spie americane. L’importante è non perdere il mercato cinese, ed è ancora lì: lo testimonia la capitalizzazione della società, vicina alla fantasmagorica cifra di 4 mila e 500 miliardi di dollari.
Le parole e i fatti
In mezzo a questi tatticismi, ieri Xi ha sentito al telefono il presidente brasiliano Lula, tartassato di dazi da Trump e alla ricerca di sponde tra gli alleati Brics. È un piccolo disgelo, dopo che il leader cinese aveva disertato l’ultimo vertice in Brasile, pare a causa delle esternazioni della first lady contro TikTok. La sponda reciproca è arrivata, all’insegna della difesa del multilateralismo dagli assalti del bullo Trump. Ma come sempre tra Brics gli interessi sono molto più difficili da allineare delle parole. Se davvero la Cina comprerà più soia americana, è dal Brasile che ne comprerà di meno.