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Gros: “Dallo spread tanti benefici ma ora la spesa resti sotto controllo”

Daniel Gros (ansa)

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Per l’economista tedesco che insegna alla Bocconi “la riduzione del costo del denaro può valere 30 miliardi in dieci anni. La stabilità politica crea le condizioni per rilanciare gli investimenti”
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ROMA – Trenta miliardi da qui a dieci anni, un punto e mezzo di Pil. Tanto potrebbe valere per i conti pubblici la riduzione dello spread se l’Italia continuerà nel suo sentiero virtuoso di contenimento della spesa. E poi c’è l’effetto dei ribassi nel costo del denaro per le imprese, che si spera colgano l’occasione e ricomincino con forza a investire». Neanche a Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige l’Institute for European Policymaking della Bocconi, piace il termine “tesoretto” come risultato dell’upgrade di Fitch: «L’importante è non farsi prendere dall’entusiasmo e spendere senza controlli i fondi, bensì centellinare le risorse consentendo ad esse di continuare a rivalorizzarsi con prudenza e pazienza».

L’impressione è che, oltre alla comprensibile esultanza della maggioranza, l’Italia sia condannata all’austerity a vita se vuole mantenere la fiducia dei mercati. È così?

«Ora più che mai occorre calibrare le misure. Non è scontato visto il potere che continuano ad avere le…

ROMA – Trenta miliardi da qui a dieci anni, un punto e mezzo di Pil. Tanto potrebbe valere per i conti pubblici la riduzione dello spread se l’Italia continuerà nel suo sentiero virtuoso di contenimento della spesa. E poi c’è l’effetto dei ribassi nel costo del denaro per le imprese, che si spera colgano l’occasione e ricomincino con forza a investire». Neanche a Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige l’Institute for European Policymaking della Bocconi, piace il termine “tesoretto” come risultato dell’upgrade di Fitch: «L’importante è non farsi prendere dall’entusiasmo e spendere senza controlli i fondi, bensì centellinare le risorse consentendo ad esse di continuare a rivalorizzarsi con prudenza e pazienza».

L’impressione è che, oltre alla comprensibile esultanza della maggioranza, l’Italia sia condannata all’austerity a vita se vuole mantenere la fiducia dei mercati. È così?

«Ora più che mai occorre calibrare le misure. Non è scontato visto il potere che continuano ad avere le lobby in Italia come provano i famigerati balneari o la persistente raffica di condoni, sanatorie, rottamazioni. C’è inoltre da tener presente la nuova variabile della difesa dove l’Italia non può essere assente per evitare che le industrie perdano il passo con l’Europa».

In generale per il settore privato, quali opportunità si aprono?

«L’abbiamo visto a Cernobbio. Piaccia o no, l’attuale stabilità politica crea le condizioni per un rilancio degli investimenti. Il clima di fiducia, confortato dall’ombrello Bce, sarà ulteriormente migliorato se il governo riuscirà a impostare un fisco che aiuti chi vuol fare impresa con provvedimenti tipo Industria 5.0 e interventi che favoriscano ricerca e sviluppo, che sono investimenti produttivi. Tutte misure che devono procedere in parallelo. A costo zero sono molte riforme strutturali, compresa la giustizia, non limitata però alla separazione delle carriere che non ha alcun effetto sulla lunghezza dei processi civili o sull’efficacia delle procedure fallimentari».

Lei si basa sulle esperienze di altri Paesi europei? Dove potremmo trarre esempio?

«Intanto smettiamola di brindare al sorpasso sulla Francia, che ha un tasso di crescita costantemente più alto. La Grecia, che offre rendimenti migliori, è un caso a parte perché beneficia ancora delle condizioni straordinarie che le furono garantite dieci anni fa. Il riferimento è il Portogallo, che con un oculato mix di austerity e sviluppo dal 2013 al 2024 ha portato il Pil a salire dell’1,9% medio annuo, superando l’1,4% dell’eurozona e lo 0,9% dell’Italia, e il debito pubblico a scendere dal 131% al 95% grazie a un bilancio in pareggio o in surplus. L’Italia può benissimo seguirne la strada».

La spinta che viene dal basso è però per interventi decisi per esempio in sanità.

«Nella sanità, oltre a un aumento ragionevole dei fondi, è una questione di organizzazione più che di finanziamenti, soprattutto per superare i divari fra le regioni causati dalla sciagurata riforma del titolo V».

Avranno influenza le elezioni amministrative?

«Difficile da prevedere. Ma non credo che, qualsiasi siano i risultati, possano avere effetti rivoluzionari».

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