MILANO – Sanzioni per quasi un miliardo di euro. Mai un cartello era stato multato per questa cifra dall’Antitrust italiana. Il “privilegio” è toccato a Eni, Esso, Ip, Q8, Saras e Tamoil, sei tra le maggiori compagnie petrolifere che operano nel Paese, accusate di aver concordato il prezzo della componente bio del carburante, manomettendo di fatto la concorrenza del settore. Un danno per i consumatori che hanno visto rincarare i prezzi alle stazioni di rifornimento.
Secondo una norma del 2006, i soggetti che mettono in commercio benzina o gasolio per la mobilità devono vendere sul territorio nazionale anche una certa quota di biocarburanti, quelli provenienti da fonti vegetali, biomasse o olii di riciclo, ma non dal petrolio. Oppure possono assolvere i propri…
MILANO – Sanzioni per quasi un miliardo di euro. Mai un cartello era stato multato per questa cifra dall’Antitrust italiana. Il “privilegio” è toccato a Eni, Esso, Ip, Q8, Saras e Tamoil, sei tra le maggiori compagnie petrolifere che operano nel Paese, accusate di aver concordato il prezzo della componente bio del carburante, manomettendo di fatto la concorrenza del settore. Un danno per i consumatori che hanno visto rincarare i prezzi alle stazioni di rifornimento.
Secondo una norma del 2006, i soggetti che mettono in commercio benzina o gasolio per la mobilità devono vendere sul territorio nazionale anche una certa quota di biocarburanti, quelli provenienti da fonti vegetali, biomasse o olii di riciclo, ma non dal petrolio. Oppure possono assolvere i propri obblighi di legge miscelando i biocarburanti nel diesel e, se necessario, comprando certificati di immissione in consumo (CIC) da chi immette nel sistema più biocarburante di quanto richiesto. I costi generati da questa operazione rappresentano la componente bio del prezzo del carburante di cui parla l’autorità.
Ebbene, dal 2019 al 2023 questo valore è passato circa da 20 a 60 euro al metro cubo. L’istruttoria, avviata grazie alla denuncia di una persona interna a una delle compagnie, ha dimostrato che tra gennaio 2020 e giugno 2023 le società hanno attuato «contestuali aumenti di prezzo, in gran parte coincidenti, determinati da scambi di informazioni diretti o indiretti tra le imprese interessate».
In questo, dice l’autorità, il cartello sarebbe stato facilitato dalla comunicazione del valore puntuale della componente bio che la testata Staffetta Quotidiana pubblicava, grazie anche alle informazioni inviate direttamente da Eni. L’aver assunto un ruolo strategico nella vicenda è uno dei parametri utilizzati per calcolare l’ammontare delle sanzioni, assieme al fatturato, alla gravità della condotta e alla sua durata.
L’Antitrust non entra nel dettaglio delle motivazioni, ma si limita a comminare al gruppo guidato da Claudio Descalzi quasi un terzo delle sanzioni totali, 336.214.660 euro sugli oltre 936 milioni.
Immediata la reazione delle big oil coinvolte, che probabilmente presenteranno un ricorso al Tar. Q8 si definisce «sorpresa per l’esito della procedura», mentre Eni ritiene la decisione «incomprensibile e basata su un totale travisamento dei fatti e del mercato». Saras parla di tesi accusatoria e infondata e preannuncia che impugnerà il provvedimento, mentre Api (holding di Ip) considera «le contestazioni prive di fondamento».
L’indignazione dilaga anche tra i sindacati e le associazioni dei consumatori, ma per motivi ben diversi: Unimpresa stima che il cartello sia costato alle pmi oltre 700 milioni all’anno.