Lagarde avverte l’Europa: “Dai dazi altri shock, serve il mercato unico”
Filippo SantelliLa presidente della Bce Christine Lagarde
ROMA – All’erta Europa, avverte Christine Lagarde, perché gli shock potrebbero non essere finiti. Certo, finora l’impatto dei dazi di Trump su crescita e inflazione è stato inferiore al previsto, ha ammesso ieri la presidente della Bce. Ma bisogna considerare che le conseguenze delle tariffe «non sono ancora tutte visibili», come del resto ha mostrato la recente brusca flessione dell’export italiano. E che, trattandosi di Trump, neppure l’accordo siglato con gli Stati Uniti basta a mettere l’Unione del tutto al riparo da nuovi affondi: nella nuova era della geoeconomia - segnatevi questo termine, lo sentirete spesso - le scosse commerciali e geopolitiche «resteranno una caratteristica costante».
Urgono riforme
Il messaggio di Lagarde va declinato prima di tutto in …
ROMA – All’erta Europa, avverte Christine Lagarde, perché gli shock potrebbero non essere finiti. Certo, finora l’impatto dei dazi di Trump su crescita e inflazione è stato inferiore al previsto, ha ammesso ieri la presidente della Bce. Ma bisogna considerare che le conseguenze delle tariffe «non sono ancora tutte visibili», come del resto ha mostrato la recente brusca flessione dell’export italiano. E che, trattandosi di Trump, neppure l’accordo siglato con gli Stati Uniti basta a mettere l’Unione del tutto al riparo da nuovi affondi: nella nuova era della geoeconomia - segnatevi questo termine, lo sentirete spesso - le scosse commerciali e geopolitiche «resteranno una caratteristica costante».
Urgono riforme
Il messaggio di Lagarde va declinato prima di tutto in chiave tassi di interesse, dove la Bce è arrivata al 2% e si considera al momento «ben posizionata», con rischi di inflazione «contenuti», ma precisa che quella posizione non è «fissa»: un modo per comunicare al mercato che non necessariamente il ciclo dei tagli è finito, forse anche per evitare un ulteriore apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. La politica francese però parla anche ai leader europei nel solco dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, molto elogiati e pochissimo attuati: «Dobbiamo accelerare sulle riforme», a cominciare dal completamento del mercato unico. Un aumento di appena il 2% degli scambi interni all’Europa, spiega, basterebbe a compensare l’impatto del nuovo protezionismo americano.
Via alle tariffe su legno e mobili
Nel frattempo dagli Stati Uniti, Trump dà sostanza all’allarme di Lagarde. Ieri il presidente ha firmato l’ordine esecutivo che dal 14 ottobre introdurrà nuove tariffe settoriali al 10% sul legno e del 25% su prodotti derivati come i mobili, aggiungendo che da gennaio queste aumenteranno in una forchetta tra il 30 e il 50%. Per l’Europa le tasse dovrebbero comunque fermarsi al 15%, il tetto massimo fissato nell’intesa bilaterale siglata lo scorso luglio. «Per noi vale quell’accordo, che non è una passeggiata ma è sicuramente meglio di un 30 o di un 50%», ha detto ieri il presidente di Federlegnoarredo, sigla delle imprese di settore, Claudio Feltrin. «Poi è chiaro che il presidente americano ci ha abituato un po’ a tutto». Per i nostri mobilieri il mercato americano è il secondo globale dietro la Francia, e ha luglio ha fatto segnare un pesante -7,7%. Agosto ha visto invece un crollo per le vendite di tutto il made in Italy, che nei mesi precedenti le imprese avevano cercato in ogni modo di anticipare. Ad ore dovrebbe scattare anche la tagliola sui prodotti farmaceutici brevettati (non generici), per cui Trump ha minacciato un dazio del 100%. Dovrebbero però essere risparmiate le società che stanno realizzando investimenti produttivi negli Stati Uniti.
“Obiettivo mille miliardi”
Di tariffe ieri ha parlato anche (a tutto campo) il rappresentante al Commercio Jamieson Greer, spiegando che gli incassi doganali per il Tesoro americano potrebbero raggiungere una cifra compresa «tra i 600 e i mille miliardi di dollari l’anno», che i negoziati con Messico e Canada per rinnovare il trattato di libero scambio del Nordamerica potrebbero non essere più trilaterali, bensì bilaterali, e che nella trattativa ancora in alto mare con Pechino c’è un angolo politico che la rende diversa dalle altre.
L’esito di questo negoziato sarà decisivo anche per l’Europa: oltre che con l’impatto diretto dei dazi, le imprese dell’Unione stanno anche iniziando a fare i conti con l’ulteriore crescente concorrenza delle merci cinesi, ora respinte dagli Stati Uniti e deviate sugli altri mercati globali.