ROMA – Sarà ricordata come una “manovrina”. La più asciutta e leggera, come forse l’Italia non ha mai visto. Fatta in pareggio di bilancio, senza deficit. Da 16 miliardi, di cui 10 coperti da tagli di spesa e 6 da maggiori entrate. E con misure tutte “selettive”, ovvero non per tutti. Una rottamazione “selettiva”. Un taglio Irpef “selettivo”. Uno stop all’aumento dei requisiti per le pensioni “selettivo”. Aiuti alle famiglie e alle imprese “selettivi”. E perfino la proroga del bonus ristrutturazioni per la prima casa “selettivo”.
I soldi sono finiti, come le promesse elettorali di questo governo. E intanto Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio avvertono: attenzione agli shock, non ci sono margini né cuscinetti. E occhio alla spesa per la difesa, capitolo ancora vago e potenzialmente esplosivo perché può spingere ancora più su l’altissimo debito. Senza contare il contributo che Palazzo Chigi intende chiedere alle banche, tasto dolente, per coprire parte …
ROMA – Sarà ricordata come una “manovrina”. La più asciutta e leggera, come forse l’Italia non ha mai visto. Fatta in pareggio di bilancio, senza deficit. Da 16 miliardi, di cui 10 coperti da tagli di spesa e 6 da maggiori entrate. E con misure tutte “selettive”, ovvero non per tutti. Una rottamazione “selettiva”. Un taglio Irpef “selettivo”. Uno stop all’aumento dei requisiti per le pensioni “selettivo”. Aiuti alle famiglie e alle imprese “selettivi”. E perfino la proroga del bonus ristrutturazioni per la prima casa “selettivo”.
I soldi sono finiti, come le promesse elettorali di questo governo. E intanto Istat, Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio avvertono: attenzione agli shock, non ci sono margini né cuscinetti. E occhio alla spesa per la difesa, capitolo ancora vago e potenzialmente esplosivo perché può spingere ancora più su l’altissimo debito. Senza contare il contributo che Palazzo Chigi intende chiedere alle banche, tasto dolente, per coprire parte della manovra.
La regola del 3%
La linea invalicabile per l’esecutivo Meloni resta il 3% di deficit. Scendere a questo livello già nel 2025 con un anno di anticipo, come sembra, dovrebbe valere l’uscita anticipata dell’Italia dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo. E, politicamente, la conferma per la premier Giorgia Meloni e per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che l’austerity paga. Per Giorgetti sarebbe anche lo scudo contro guerre e dazi che minacciano la crescita. «Solo un uso accorto delle risorse disponibili può consentire di fronteggiare shock negativi e proseguire negli obiettivi di governo», spiegava alle Camere in audizione sul Dpfp, il nuovo Documento di programmazione che ha rimpiazzato la Nadef.
I compromessi
Nel primo vertice di maggioranza della scorsa settimana a Palazzo Chigi, ogni partito alla fine ha portato a casa qualcosa. Una fettina di una torta assai piccola, come si vedrà questa settimana quando i conti saranno in chiaro e la manovra approvata. Forza Italia spingeva per il taglio dell’Irpef fino a 60mila euro, ma l’asticella dovrebbe fermarsi a 50mila: costo 2,7-2,8 miliardi, contro i 5 che servirebbero per spingersi oltre. La Lega chiedeva una maxi-rottamazione, ma potrebbe accontentarsi di una rateizzazione meno lunga, nove anni anziché dieci, senza sanzioni né interessi, e non per tutti.
Anche sulle pensioni il Carroccio dovrebbe arretrare: niente blocco generalizzato dei tre mesi in più dal 2027, solo una sterilizzazione selettiva per lavoratori precoci e usuranti. Fratelli d’Italia rivendica il bonus mamme, che sarebbe confermato e potenziato, ma solo per chi ha almeno due figli. E la proroga del congedo parentale facoltativo, insieme a un fondo previdenziale per i nuovi nati: misure quasi simboliche.
Sanità e difesa
Giorgetti ha confermato l’intenzione di destinare nuove risorse alla sanità, anche se non è chiaro se saranno i 2 miliardi e passa chiesti dal ministro Schillaci. Potrebbe esserci un piano di assunzioni da 30mila unità, soprattutto infermieri, e un ritocco dell’indennità di esclusività dei medici. La difesa resta invece il capitolo più incerto. L’impegno nel Dpfp è di aumentare la spesa dello 0,5% del Pil in tre anni, circa 12-13 miliardi, ma senza coperture definite. Le audizioni parlamentari hanno segnalato i rischi: Bankitalia ha avvertito di non comprimere scuola e sanità, la Corte dei conti di margini stretti, e l’Upb che più spesa militare significa prima o poi tagli o tasse, anche con deroghe europee, la famosa clausola che Giorgetti dice di voler attivare.
Crescita zero
Tutte le audizioni, da Istat a Bankitalia, sono state unanimi: questa manovra non spingerà la crescita. Anzi nel 2026 l’impatto sarebbe nullo o persino negativo, positivo di poco solo dal 2027-28. L’Istat avverte che i problemi nascono anche prima. Quest’anno per arrivare allo striminzito +0,5% di Pil serve un +0,2% nel secondo semestre: non è scontato. I salari reali, pur in recupero, restano sotto del 9% rispetto al 2021: le famiglie tirano la cinghia. La Corte dei Conti aggiunge che i rischi globali – dazi, concorrenza cinese, tassi di cambio – potrebbero compromettere gli scenari. E sarebbero dolori.
Parti sociali
La manovrina non scontenta solo la politica. Gli industriali si sentono in apnea e non passa giorno che il presidente di Confindustria Emanuele Orsini incalzi il governo e soprattutto Giorgetti: «Scendere sotto il 3% va bene, ma non abbiamo bisogno di un ministro copertina piuttosto di un piano da 8 miliardi per tre anni». Sul fronte opposto la Cgil di Maurizio Landini rispolvera una patrimoniale da 26 miliardi e chiede la restituzione del fiscal drag da 25 miliardi. Tutti scontenti. E non in modo selettivo.