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Manovra, ministri in rivolta: “Tagli fatti con l’algoritmo”. La premier convoca un vertice

Antonio Tajani (Esteri) con Giancarlo Giorgetti (Economia)

 

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Le proteste di mezzo governo contro Perrotta. Palazzo Chigi costretto a intervenire. Con le banche si va verso un punto d’incontro. Ma la Lega va ancora all’attacco
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ROMA e MILANO – A ventiquattr’ore dal via libera in Cdm la manovra non è chiusa. Non è solo il Parlamento a tentare modifiche, con margini, al solito, stretti: mezzo governo protesta contro i tagli ai dicasteri firmati dal Mef. Tanto che Palazzo Chigi prepara un tavolo ad hoc, per rivederli, su concessione di Giorgia Meloni.

Diversi ministri, compresi big di FdI come Francesco Lollobrigida e Tommaso Foti, lamentano la sforbiciata da 8 miliardi (2,3 subito) decisi dal capo della Ragioneria, Daria Perrotta. Nel partito della fiamma da 48 ore scorrono veleni sulla manager scelta da Giancarlo Giorgetti, tacciata di essere ancora «legata al Pd e ai renziani».

Nel mirino c’è il metodo scelto per tagliare le giacenze di cassa, i fondi non usati sinora dai ministeri: «Un algoritmo, roba da IA, senza criteri politici», è l’accusa di più di un ministro nelle riunioni.

ROMA e MILANO – A ventiquattr’ore dal via libera in Cdm la manovra non è chiusa. Non è solo il Parlamento a tentare modifiche, con margini, al solito, stretti: mezzo governo protesta contro i tagli ai dicasteri firmati dal Mef. Tanto che Palazzo Chigi prepara un tavolo ad hoc, per rivederli, su concessione di Giorgia Meloni.

Diversi ministri, compresi big di FdI come Francesco Lollobrigida e Tommaso Foti, lamentano la sforbiciata da 8 miliardi (2,3 subito) decisi dal capo della Ragioneria, Daria Perrotta. Nel partito della fiamma da 48 ore scorrono veleni sulla manager scelta da Giancarlo Giorgetti, tacciata di essere ancora «legata al Pd e ai renziani».

Nel mirino c’è il metodo scelto per tagliare le giacenze di cassa, i fondi non usati sinora dai ministeri: «Un algoritmo, roba da IA, senza criteri politici», è l’accusa di più di un ministro nelle riunioni.

Le chat dei parlamentari

Un altro meloniano di ferro, Alessandro Giuli, titolare della Cultura, ieri s’è detto soddisfatto per la valenza politica della manovra, ma ha avvisato chi si occupa di far quadrare conti.

Messaggio in chiaro, che rimbalza dalle agenzie alle chat dei parlamentari: «Ben vengano i tagli per investire in infermieri e sui ceti meno abbienti, la politica fa il suo, ma dai tecnici serve più attenzione, anche per la cultura».

L’insofferenza è generalizzata, e investe anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, in quota Lega. Ed è montata al punto che Meloni, in coda al Cdm dell’altro ieri, ha promesso ai ministri che aprirà un tavolo per rimodulare i tagli. singoli budget.

Poste vincolate

Non nell’importo, spiegano più fonti a Repubblica, ma nell’applicazione: evitando una sforbiciata a tutti i fondi non spesi, su poste magari vincolate a progetti specifici che quindi sarebbero cassati, ma consentendo di distribuire il taglio su varie spese, entro i singoli budget.

Intanto i banchieri dell’Abi continuano i confronti con il Tesoro per «far parlare i numeri e le norme», come dicono i tecnici, e inquadrare nella fiscalità le richieste governative a un settore tra i più lucrosi, e sollecitati, da anni. Si parla di 4,4 miliardi nel 2026, 4,5 l’anno dopo e 2,4 nel 2028.

E i numeri non cambiano. Ma il confronto, fino a domani, è per trovare formule che rispettino le tante regole del settore e siano a prova di futuri ricorsi, se non proprio dei mugugni delle retrovie.

Le parole di Cimbri

Anche se la Lega ieri è tornata a soffiare sul fuoco: «È incredibile che le grandi banche, capaci di guadagnare decine di miliardi grazie ai correntisti e all’efficace azione del governo, ora si lamentino». Ma l’unica voce, ieri, è stata del presidente di Unipol e patron di Bper, Carlo Cimbri, che ha parlato di «un buon punto d’incontro trovato, il settore non si sottrae».

Le misure sul tavolo sono tre. La più corposa riguarda i 6,2 miliardi di riserve bancarie accantonate nel 2023 per evitare la tassa extraprofitti, che dovrebbe valere 1,8 miliardi, tutti nel 2026, grazie a uno schema “spontaneo” per cui l’anno prossimo si pagherà il 27,5% (contro il 40% attuale) per rendere quei fondi erogabili agli azionisti.

Nel 2027 e 2028 l’aliquota salirebbe attorno al 33%, ma dal 2029 si torna al 40%, con «presunzione di utilizzo». Un confine esile tra prelievo forzoso e la misura «non obbligatoria» evocata dal ministro Giorgetti.

In modo strutturale

La seconda voce aumenta al 2% l’addizionale Irap per banche, assicurazioni e settore parabancario. Così l’imposta sui redditi salirà per loro, in modo strutturale, di circa 1,3 miliardi (8-900 milioni per gli istituti, il resto dagli altri attori finanziari).

La terza voce, unica su cui le banche erano inclini a contribuire, riguarda gli anticipi di liquidità. E pare una copia della norma 2024 che limitava al 54% la deduzione di perdite pregresse ed eccedenze Ace.

La nuova aliquota, si apprende, sarà modulata per quadrare i totali, ma la voce dovrebbe valere circa 1,2 miliardi sul 2026. Sul 2027, anno in cui il riscatto dei fondi “extraprofitti” verrà meno, torneranno invece disponibili 1,5 miliardi di rinvii di attività fiscali.

La disciplina sui conti pubblici ha fatto dire al Commissario Ue Valdis Dombrovskis: «Se l’Italia nel 2025 scende sotto il 3% di deficit/Pil, nel prossimo semestre la rimuoveremo dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo».

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