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Ponte, frenata del governo: “Aspettiamo le motivazioni. La replica sarà nel merito”

Un rendering del Ponte sullo Stretto

 

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I toni si abbassano per evitare lo scontro frontale. La Corte: “Da noi profili giuridici”. La premier: l’infrastruttura si farà
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ROMA – «Sapete che non sono uno che si tira indietro, ma dobbiamo aspettare». Quando arriva nell’ufficio di Giorgia Meloni per il vertice d’urgenza sul Ponte, Matteo Salvini tira subito il freno a mano. Il leghista è reduce da una riunione tecnica al ministero che fonti interne definiscono allarmante. Sul tavolo, tutti i possibili scenari. E i rischi di un frontale con la Corte dei conti. Ecco perché è pronto ad abbandonare la strategia del muro contro muro. La premier è d’accordo. Antonio Tajani, collegato in video, è della stessa idea. La postura verso la magistratura contabile - è il ragionamento - deve farsi meno rigida, ma non per questo il Ponte dovrà subire ritardi, se non di qualche mese. A sera è la presidente del Consiglio a esternare la riflessione al Tg1: «Il governo aspetta i rilievi e risponderà», ma «sia chiaro - sottolinea - che l’obiettivo è fare il Ponte sullo Stretto, che è un’opera ingegneristica unica al mondo». Parole che rispondono alla nota con cui al mattino i…

ROMA – «Sapete che non sono uno che si tira indietro, ma dobbiamo aspettare». Quando arriva nell’ufficio di Giorgia Meloni per il vertice d’urgenza sul Ponte, Matteo Salvini tira subito il freno a mano. Il leghista è reduce da una riunione tecnica al ministero che fonti interne definiscono allarmante. Sul tavolo, tutti i possibili scenari. E i rischi di un frontale con la Corte dei conti. Ecco perché è pronto ad abbandonare la strategia del muro contro muro. La premier è d’accordo. Antonio Tajani, collegato in video, è della stessa idea. La postura verso la magistratura contabile - è il ragionamento - deve farsi meno rigida, ma non per questo il Ponte dovrà subire ritardi, se non di qualche mese. A sera è la presidente del Consiglio a esternare la riflessione al Tg1: «Il governo aspetta i rilievi e risponderà», ma «sia chiaro - sottolinea - che l’obiettivo è fare il Ponte sullo Stretto, che è un’opera ingegneristica unica al mondo». Parole che rispondono alla nota con cui al mattino i magistrati si erano difesi: «La Corte si è espressa su profili strettamente giuridici».

Ma al netto dei toni, a prevalere nel governo sono i timori di uno strappo, che esporrebbe chi lo consuma a sviluppi politici impronosticabili. Ecco perché dopo pochi minuti, i leader accantonano l’idea di procedere senza attendere le motivazioni della sentenza e senza la bollinatura della Corte. La discussione a Chigi vira vertiginosamente sulle uniche soluzioni possibili. Sono entrambe cariche di effetti collaterali. La prima, più distensiva, è il ritiro della delibera del Cipess bocciata dai giudici. E quindi un nuovo atto per recepirne le osservazioni. Una correzione che rischia però di avere un impatto devastante alla luce dell’alert lanciato dai tecnici: nel “mirino” potrebbe finire la società Stretto di Messina. In particolare l’assenza di una cesura tra la vecchia gestione, sfociata nella liquidazione, e la “nuova”, attivata da Salvini.

Se così fosse, il governo dovrebbe indire una nuova gara, ripartendo di fatto dal disegno del Ponte. Un rilievo di fatto insanabile se non accettando di riportare le lancette indietro fino all’anno zero dell’opera. Ma il timore di una stangata è legato anche all’impatto dei rilievi sulle voci di costo dell’infrastruttura. A ballare è la sostenibilità economico-finanziaria dell’opera, a iniziare dai 13,5 miliardi stanziati per la costruzione. Potrebbero servirne molti di più. La speranza è che le motivazioni della Corte non siano così “invasive”, ma l’auspicio - ragionano i leader - non può escludere i pericoli in vista.

A spingere la soluzione della riscrittura della delibera è anche una certa “prassi”. In ambienti della magistratura contabile si fa notare che questa opzione è sempre stata preferita a una forzatura che, seppure ammessa dalla legge, fotograferebbe una distanza definitiva tra il governo e la Corte. Non a caso viene citata l’eccezione: la bocciatura della proroga della concessione ad Autostrade nel 1998. Allora il governo Prodi decise di superare lo stop dei giudici ricorrendo alla registrazione con riserva del decreto di proroga, sbloccando così la privatizzazione.

Un precedente che al vertice tiene in piedi l’ipotesi del la forzatura. Spetterebbe al Consiglio dei ministri approvare una decisione per sostenere che l’atto bocciato risponde a «interessi pubblici superiori» e deve perciò andare avanti. Acquisito il voto delle commissioni parlamentari, la strada per il governo sarebbe spianata: i magistrati, infatti, approverebbero l’atto con un visto di riserva, facendolo diventare efficace a tutti gli effetti. Ma anche questa opzione presenta diversi contraccolpi. L’atto, infatti, potrebbe generare una responsabilità politica del governo. Ecco perché il vertice a Palazzo Chigi vira sulla linea della prudenza. All’uscita è Salvini a spargere calma: «Attendiamo con estrema tranquillità i rilievi, a cui siamo convinti di poter rispondere punto su punto». Il vicepremier leghista fa spallucce sull’avvio dei cantieri: «Mi sarebbe piaciuto partire a novembre, invece lo faremo a febbraio». Ma i tempi per la prima pietra del Ponte rischiano di farsi decisamente più lunghi.

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