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Draghi: “Appello ai giovani perché lottino per togliere vincoli e all'Europa perché accetti l’IA”

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L’ex premier affronta il tema delle economie avanzate all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico e lancia un allarme per il divario tra Usa e Cina
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MILANO – All’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico, Mario Draghi apre con un doppio appello che suona come una scelta di campo: ai giovani perché si affermino senza aspettare che qualcuno spiani la strada; all’Europa perché smetta di avere paura delle nuove tecnologie. Agli studenti, l'ex presidente del Consiglio e della Bce, consegna un invito che è anche un criterio di realtà: «La tecnologia è globale e il talento va dove ha le migliori opportunità, ma non rinunciate a costruire qui». E alla politica europea chiede di cambiare con urgenza: «Il primo passo per riportare l'Europa sulla strada dell'innovazione è cambiare la sua cultura della precauzione, ridurre l'onere della prova che imponiamo alle nuove tecnologie e attribuire al potenziale dell'intelligenza artificiale lo stesso peso che attribuiamo ai suoi rischi».

Il ragionamento passa proprio dall’intelligenza artificiale, raccontata come acceleratore possibile di produttività e, insieme, come stress test sociale. …

MILANO – All’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico, Mario Draghi apre con un doppio appello che suona come una scelta di campo: ai giovani perché si affermino senza aspettare che qualcuno spiani la strada; all’Europa perché smetta di avere paura delle nuove tecnologie. Agli studenti, l'ex presidente del Consiglio e della Bce, consegna un invito che è anche un criterio di realtà: «La tecnologia è globale e il talento va dove ha le migliori opportunità, ma non rinunciate a costruire qui». E alla politica europea chiede di cambiare con urgenza: «Il primo passo per riportare l'Europa sulla strada dell'innovazione è cambiare la sua cultura della precauzione, ridurre l'onere della prova che imponiamo alle nuove tecnologie e attribuire al potenziale dell'intelligenza artificiale lo stesso peso che attribuiamo ai suoi rischi».

Il ragionamento passa proprio dall’intelligenza artificiale, raccontata come acceleratore possibile di produttività e, insieme, come stress test sociale. Draghi mette in cornice l’incertezza: «Trovarsi sull'orlo di una nuova rivoluzione tecnologica comporta inevitabilmente grande incertezza. Una valutazione lucida dell'intelligenza artificiale deve riconoscere sia i rischi legittimi sia i potenziali benefici significativi». Poi lega gli esiti alla scelta pubblica, più che all’inevitabilità tecnica: «La velocità e l'ampiezza della sostituzione del lavoro non sono determinati solo dalla tecnologia, ma dalle politiche che vengono attuate dai governi».

Troppi limiti dalla Ue

È qui che la critica alla regolazione europea diventa concreta. L’esempio è il Gpdr, il regolamento sulla protezione dei dati, citato come caso di equilibrio fissato e rimasto lì mentre correva la frontiera: «Eravamo nel 2016 e ha attribuito un peso molto elevato alla privacy rispetto all'innovazione». E gli effetti sull'innovazione europea, dice, sono già visibili: «Ne ha diminuito i profitti, ha aumentato il costo dei dati di circa il 20% rispetto ai concorrenti statunitensi e ha ridotto gli investimenti in venture capital nel settore tecnologico europeo di circa un quarto». La metafora è tagliente, quasi didattica: «È come se, alla prima scossa elettrica, i nostri antenati avessero deciso di limitare l'elettricità stessa, invece di progettare impianti e standard di sicurezza che consentissero alla società di scontarne il potenziale trasformativo».

L’Europa vive oggi un momento di verità: negli ultimi vent'anni -ricorda- siamo passati dall'essere un continente che accoglieva le nuove tecnologie, riducendo il divario con gli Stati Uniti, a uno che ha progressivamente retto barriere all'innovazione e alla sua adozione. «Lo abbiamo visto nella prima fase della rivoluzione digitale, quando la crescita della produttività europea è scesa a circa la metà del ritmo statunitense e quasi tutta la divergenza è emessa dal settore tecnologico. Ora questo schema si ripete con la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Lo scorso anno -continua l'ex premier- gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli fondamentali la Cina 15, l'Unione Europea solo 3; lo stesso schema si osserva in molte altre tecnologie di frontiera, dalla biotecnologia ai materiali avanzati fino alla fusione nucleare dove numerose innovazioni significative e investimenti privati avvengono al di fuori dell'Europa. Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie su larga scala -ammonisce Draghi- l'Europa rischia un futuro di stagnazione con tutte le sue conseguenze»

L’appello ai giovani

Milano, in questo racconto, è anche il punto d’osservazione di un’emorragia silenziosa: talenti, capitali, imprese che inseguono condizioni di scala e rapidità altrove. Draghi cita un dato che fa da termometro: «Oggi quasi due terzi delle start-up europee si espandono negli Stati Uniti già nelle fasi iniziali rispetto a circa un terzo cinque anni fa». E torna sul punto: non basta alleggerire, serve riconoscere quando le regole invecchiano e cambiare in fretta, perché i cicli dell’innovazione non aspettano né i compromessi né i calendari istituzionali.

Il congedo torna ai ragazzi, con un imperativo che è insieme biografico e politico: «Pretendete di avere le stesse condizioni che permettono ai nostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo. Combattete gli interessi costituiti che vi occupano. Cambieranno la politica più di qualunque discorso o rapporto, costringeranno regole e istituzioni a cambiare».

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