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Pensioni, aumenti netti da 3 a 17 euro. Cgil: “Una finta rivalutazione all’inflazione”

(leoni)

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Ecco tutti i calcoli del sindacato sul 2026, sia lordi che netti. E su quanto hanno perso in questi anni i pensionati per effetto del fiscal drag, tra tasse e prezzi
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ROMA – “Tre, cinque, nove, undici, diciassette euro sono una vergogna”. È l’immagine che Cgil e Spi, la categoria dei pensionati, scelgono per raccontare la perequazione 2026 delle pensioni. Il decreto Mef del 19 novembre fissa all’1,4% l’aumento dal primo gennaio, ma secondo l’analisi tecnica del sindacato rosso si traduce in ritocchi minimi, quasi simbolici, divorati da Irpef e addizionali. Uno dei tanti dossier che spinge il sindacato allo sciopero del 12 dicembre, quando la piazza dovrà parlare di pensioni almeno quanto di salari e precarietà.

Una perequazione da pochi euro

Il meccanismo è noto: ogni anno le pensioni vengono adeguate all’inflazione dell’anno prima sulla base dell’indice dei prezzi al consumo di Istat (Foi). Nel bi…

ROMA – “Tre, cinque, nove, undici, diciassette euro sono una vergogna”. È l’immagine che Cgil e Spi, la categoria dei pensionati, scelgono per raccontare la perequazione 2026 delle pensioni. Il decreto Mef del 19 novembre fissa all’1,4% l’aumento dal primo gennaio, ma secondo l’analisi tecnica del sindacato rosso si traduce in ritocchi minimi, quasi simbolici, divorati da Irpef e addizionali. Uno dei tanti dossier che spinge il sindacato allo sciopero del 12 dicembre, quando la piazza dovrà parlare di pensioni almeno quanto di salari e precarietà.

Una perequazione da pochi euro

Il meccanismo è noto: ogni anno le pensioni vengono adeguate all’inflazione dell’anno prima sulla base dell’indice dei prezzi al consumo di Istat (Foi). Nel biennio 2022–2023 l’inflazione è esplosa: +8,1% nel 2023, +5,4% nel 2024, +0,8% nel 2025, con una previsione dell’1,4% per il 2026. Nel complesso, tra 2022 e 2026, la sola perequazione porta a un aumento lordo di +16,46% sugli assegni.

Sulla carta sembra tanto. Nella vita reale molto meno. La Cgil calcola che:

  • la pensione minima crescerà nel 2026 di 3,12 euro, da 616,67 a 619,79 euro;
  • una pensione che nel 2025 vale 632 euro netti salirà a 641 euro: +9 euro al mese;
  • una pensione di 800 euro netti salirà anch’essa di 9 euro, da 841 a 850 euro;
  • una pensione di 1.000 euro netti guadagnerà 11 euro;
  • una pensione di 1.500 euro lordi vedrà, dopo tasse, un aumento di 17 euro mensili.

“Numeri che parlano da soli – scrive il sindacato – e che dimostrano come non solo non si recuperi la perdita accumulata, ma si prosegua su una strada che impoverisce ulteriormente chi vive già con redditi insufficienti”.

Quando la rivalutazione serve a fare cassa

L’analisi Cgil/Spi mostra bene lo scarto tra aumento lordo e aumento netto. Prendiamo alcuni importi tipo tra 2022 e 2026:

  • 800 euro lordi: salgono a 932 euro lordi (+16,46%), ma il netto passa solo da 757 a 850 euro (+12,27%);
  • 1.000 euro lordi: da 1.000 a 1.165 lordi (+16,46%), il netto da 898 a 1.014 euro (+12,93%);
  • 2.000 euro lordi: stesso +16,46% lordo, ma netto +14,68%.

La differenza la fa il fisco. Le aliquote medie Irpef sulle pensioni basse e medio-basse salgono in modo sensibile: per una pensione lorda di 800 euro passano dal 5,38% nel 2022 all’8,78% nel 2026; su 1.000 euro dal 10,19% al 12,91%; su 1.500 euro dal 17,07% al 18,42%.

Risultato: “Una quota non trascurabile della rivalutazione finisce per essere assorbita dal fisco, trasformando la perequazione non in un reale ripristino del potere d’acquisto, ma in un meccanismo che contribuisce soprattutto al recupero del gettito fiscale eroso dall’inflazione”.

Chi vive con assegni bassi vede quindi l’aumento lordo quasi interamente neutralizzato da Irpef e addizionali. Dopo una perdita cumulata di oltre il 10% nel solo biennio 2022–2023, un +1,4% che si traduce in pochi euro è lontanissimo dall’idea di “tutela” promessa.

Assistiti battono contributivi: il paradosso delle pensioni basse

Il punto più spinoso riguarda il rapporto tra pensioni assistenziali, minimi integrati e pensioni contributive basse.

Nel 2025, per chi rientra nelle condizioni di bisogno previste dalla disciplina delle maggiorazioni sociali, l’importo complessivo può arrivare a 747,84 euro netti al mese, pari a 9.721,92 euro annui, grazie anche all’incremento temporaneo di 8 euro mensili. La bozza di legge di bilancio 2026 aggiunge un aumento strutturale di 20 euro (8 euro quest’anno e 12 euro il prossimo): con la perequazione si arriva intorno ai 770 euro netti al mese, circa 10.000 euro l’anno, esentasse.

Qui entra in scena la no tax area per i pensionati, ferma a 8.500 euro annui. Chi percepisce una pensione assistenziale o una minima integrata con maggiorazioni sociali sta sopra quella soglia, ma non paga Irpef. Chi invece ha una pensione contributiva di poco superiore agli 8.500 euro è tassato e vede gli aumenti erosi dal prelievo.

“Di fatto – scrive l’analisi – chi riceve una pensione assistenziale o una pensione previdenziale molto bassa integrata al minimo e maggiorata può contare su un importo netto superiore rispetto a chi ha maturato una pensione previdenziale leggermente più alta, frutto di anni di lavoro e contribuzione, ma soggetta a Irpef e addizionali”.

È il paradosso redistributivo: a parità di bisogno, chi ha lavorato di più può ritrovarsi con meno in tasca di chi riceve una prestazione assistenziale, perché la normativa non coordina fisco, perequazione e maggiorazioni.

Tre casi concreti: chi ha più contributi prende di meno

Per fotografare il problema, Cgil e Spi mettono a confronto tre pensioni tipo:

  • Pensione a): 384,62 euro maturati dai contributi versati, integrati al minimo e maggiorati. Pensione complessiva 749,11 euro netti, zero tasse.
  • Pensione b): 692,31 euro maturati dai contributi versati, piccola maggiorazione sociale, imponibile 9.000 euro l’anno. Dopo Irpef e addizionali, il netto scende a 710,47 euro: 38 euro in meno della pensione a), pur avendo più contributi alle spalle.
  • Pensione c): 807,69 euro maturati dai contributi versati, nessuna maggiorazione. Tasse e addizionali portano il netto a 745,97 euro, praticamente allineato alla prestazione assistenziale (–3 euro), ma con oltre 10.500 euro di imponibile fiscale e una storia lavorativa più lunga.

“Il sistema – scrive la Cgil – premia paradossalmente chi ha minori contributi e penalizza chi ha sostenuto più a lungo il finanziamento della previdenza pubblica, compromettendo la coerenza del principio contributivo-solidaristico e alimentando un senso crescente di ingiustizia sociale”.

Le richieste della Cgil su quattordicesima e no tax area

Sul piano politico la linea è chiara. La segretaria confederale Lara Ghiglione e il segretario nazionale Spi Lorenzo Mazzoli chiedono “interventi strutturali e non operazioni di facciata”.

Due le leve indicate con forza:

  • rafforzare e allargare la quattordicesima mensilità, considerata uno strumento chiave di sostegno ai redditi pensionistici più bassi;
  • allargare la no tax area per i pensionati, perché “gli aumenti reali vengono oggi assorbiti dal prelievo fiscale e i redditi più bassi stanno sprofondando nella povertà”.

Nel mirino anche la “narrazione” del governo Meloni sulle pensioni: “Questo esecutivo ha costruito una narrazione fatta di slogan e promesse sul superamento della legge Monti Fornero, sulla flessibilità in uscita e su pensioni più dignitose. Ma la realtà che vivono ogni giorno lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati è profondamente diversa e dietro agli slogan non c’è una riforma, ma un arretramento dei diritti e della dignità delle persone”.

Per Cgil e Spi non c’è solo l’azzeramento delle vie di uscita flessibili: “Dal 2027 si andrà in pensione sempre più tardi e con assegni sempre più poveri”, ricordano, incrociando il tema della perequazione con quello dell’aumento dei requisiti anagrafici e contributivi.

Lo sciopero del 12 dicembre

La conclusione del comunicato è un appello politico e sociale: “Non possiamo accettare che milioni di pensionate e pensionati ricevano aumenti di pochi euro al mese mentre le disuguaglianze crescono e il fisco si riprende gran parte della rivalutazione. Tre, cinque, nove, undici, diciassette euro sono una vergogna. Serve una riforma che rimetta al centro lavoro, contribuzione e diritti. Serve giustizia sociale”.

Il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil, la perequazione 2026 e il paradosso delle pensioni povere saranno uno degli argomenti-chiave in piazza. Perché, sostiene il sindacato, “senza una riforma vera e senza rispetto per il lavoro e per le persone, non c’è futuro né per i giovani né per gli anziani”.

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