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Vino, formaggio & CO. Il falso made in Italy vale 120 miliardi. La minaccia dagli Usa

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Per Coldiretti due prodotti su tre venduti all’estero imitano quelli tricolori senza avere alcun legame con lo Stivale. Soltanto nel vino, l’Europa brucia oltre 5mila posti di lavoro. La patria dei “fake” sono gli Stati Uniti
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Il Made in Italy alimentare è uno dei patrimoni culturali più riconosciuti al mondo. Non è solo un marchio di qualità: è una gigantesca economia da oltre 70 miliardi di euro di export all’anno, costruita su tradizione, territori, competenze che pochi altri Paesi possiedono. Ed è proprio questo valore – simbolico ed economico – a trasformare i prodotti italiani in una calamita per falsari e imitatori, dando vita a un fenomeno che ha assunto proporzioni globali. Secondo Coldiretti, oggi più di due prodotti agroalimentari italiani su tre venduti nel mondo sono falsi. Ciò vuole dire che non hanno alcun legame con l’Italia, né produttivo né occupazionale. Un mercato parallelo calcolato dall’associazione di categoria in 120 miliardi di euro, alimentato da nomi evocativi, imitazioni più o meno fantasiose e perfino kit casalinghi per produrre finti salumi, vini o formaggi tricolori.

vino e liquori i più colpiti dai tarocchi

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Il Made in Italy alimentare è uno dei patrimoni culturali più riconosciuti al mondo. Non è solo un marchio di qualità: è una gigantesca economia da oltre 70 miliardi di euro di export all’anno, costruita su tradizione, territori, competenze che pochi altri Paesi possiedono. Ed è proprio questo valore – simbolico ed economico – a trasformare i prodotti italiani in una calamita per falsari e imitatori, dando vita a un fenomeno che ha assunto proporzioni globali. Secondo Coldiretti, oggi più di due prodotti agroalimentari italiani su tre venduti nel mondo sono falsi. Ciò vuole dire che non hanno alcun legame con l’Italia, né produttivo né occupazionale. Un mercato parallelo calcolato dall’associazione di categoria in 120 miliardi di euro, alimentato da nomi evocativi, imitazioni più o meno fantasiose e perfino kit casalinghi per produrre finti salumi, vini o formaggi tricolori.

vino e liquori i più colpiti dai tarocchi

I danni del falso

A fronte di questo tsunami commerciale, l’Europa ha provato a stimare i danni del falso: solo nel settore di vino e spirits si calcolano 2 miliardi di euro l’anno di vendite perse per il Vecchio Continente (di cui 308 milioni per l’Italia) e oltre 5.300 posti di lavoro bruciati. Lo dicono le ricerche 2025 pubblicate dall’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. Un fenomeno che non solo erode ricchezza, ma alimenta vere reti criminali. L’anno scorso l’Europol ha sequestrato 22 mila tonnellate di cibo adulterato, 850 mila litri di bevande e ha smantellato 11 organizzazioni specializzate nella contraffazione.

I danni al vino

Il vino, eccellenza italiana per definizione, è tra le vittime predilette. In Europa è uno dei comparti che subisce i danni maggiori e, nel mondo, il successo commerciale del Prosecco – oggi il vino più consumato a livello internazionale – ha generato un esercito di imitatori: dal “Kressecco” al “Meer-secco”, fino al “Prosek”. Il consorzio della Doc veneta, tutelato dallo studio legale Bird & Bird, a metà ottobre è riuscito a far annullare dal Tribunale dell’Unione Europea il marchio “PriSecco” prodotto da un’azienda di Francoforte. Storpiature che cercano di aggirare le tutele e confondere il consumatore. Ma l’elenco dei prodotti sotto attacco è molto più vasto: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone, salumi, pesto, conserve. La mozzarella, in particolare, è protagonista di un teatro globale della stravaganza. Un formaggio che nasce dalle bufale campane e la cui identità è fortemente territoriale, ma che spunta sotto forma di “Zottarella” in Germania, “Mozzarella Italia” in Ungheria o addirittura “Mozzarella di Murrah” in Thailandia.

Il cuore del problema, però, si trova dall’altra parte dell’Atlantico. Gli Stati Uniti non sono solo un mercato strategico per l’export italiano, sono anche il Paese leader mondiale dell’italian sounding, dice Coldiretti, con un valore di falsificazioni che supera i 40 miliardi di euro. È qui che si manifesta in modo lampante il grande paradosso del commercio internazionale: mentre Donald Trump impone dazi sui prodotti europei, rendendo più costosi molti alimenti italiani autentici, è allo stesso tempo la nazione che copia di più le nostre specialità. Il risultato? Gli americani pagano di più per importare l’originale, ma possono acquistare a poco prezzo imitazioni prodotte in Wisconsin, California o New York. Stando ai dati del dipartimento dell’agricoltura analizzati da Coldiretti, negli Stati Uniti si producono ogni anno 222 milioni di chili di Parmesan, 170 milioni di Provolone, 23 milioni di Pecorino Romano e oltre 2 miliardi di chili di mozzarella. Numeri che superano ormai la produzione dei formaggi autoctoni come il Cheddar. È un gigantesco mercato parallelo che sfrutta la forza evocativa dell’Italia senza restituirle nulla, se non un danno economico e reputazionale: l’Italia crea valore, altri Paesi lo incassano. E mentre i consumatori americani cercano il sapore dell’Italia, spesso finiscono per acquistare copie che di italiano hanno solo il nome. Le etichette “Tuscan Moon” o i kit per fare il “finto Chianti” in casa raccontano una realtà in cui l’imitazione non è più fenomeno marginale, ma una componente strutturale del mercato alimentare globale.

i sistemi di protezione

Eppure, non tutto è perduto. L’Ue ha messo in campo sistemi di protezione come le indicazioni geografiche (Dop, Ipg) – i riconoscimenti complessivi sono arrivati a 3.600 – e l’Italia guida la classifica con 888 prodotti certificati, a testimonianza di una cultura agroalimentare unica. Operazioni come quelle di Europol mostrano che le istituzioni stanno intensificando i controlli, ma la battaglia non può essere solo repressiva: è anche culturale. Perché il Made in Italy è forte quando il mondo lo riconosce, lo rispetta e lo sceglie. Ed è debole quando diventa un’etichetta indistinta, manipolata e svuotata del suo significato. Raccontare questo fenomeno, difenderne l’autenticità e sostenere chi produce davvero qualità non è solo un tema economico, ma un pezzo della nostra identità collettiva.

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