Pensioni ancora più lontane per precari e redditi bassi. Dal 2028 servono 5 mesi in più di lavoro
di Valentina ConteROMA – Dal 2028 serviranno fino a cinque mesi di lavoro in più per agganciare i nuovi requisiti della pensione, che si spostano in avanti di tre mesi per effetto dell’aumento dell’aspettativa di vita. A denunciarlo è la Cgil, secondo cui il governo Meloni, nonostante le promesse di bloccare gli automatismi della legge Berlusconi-Sacconi, non ha fermato l’aggiornamento e scaricherà il peso del nuovo requisito proprio su chi guadagna meno.
Milioni senza un anno pieno di contributi
Il fenomeno riguarda quasi un terzo del mercato del lavoro. In Italia oltre 5,1 milioni di dipendenti privati — il 29% del totale — non riescono a farsi riconoscere un anno pieno di contributi pur lavorando. Il motivo non è la durata dei rapporti di lavoro, ma i redditi troppo bassi che non raggiungono il minimale contributivo necessario, oggi pari a 12.551 euro.
Chi resta sotto questa soglia accumula meno settimane di contributi anche con dodic…
ROMA – Dal 2028 serviranno fino a cinque mesi di lavoro in più per agganciare i nuovi requisiti della pensione, che si spostano in avanti di tre mesi per effetto dell’aumento dell’aspettativa di vita. A denunciarlo è la Cgil, secondo cui il governo Meloni, nonostante le promesse di bloccare gli automatismi della legge Berlusconi-Sacconi, non ha fermato l’aggiornamento e scaricherà il peso del nuovo requisito proprio su chi guadagna meno.
Milioni senza un anno pieno di contributi
Il fenomeno riguarda quasi un terzo del mercato del lavoro. In Italia oltre 5,1 milioni di dipendenti privati — il 29% del totale — non riescono a farsi riconoscere un anno pieno di contributi pur lavorando. Il motivo non è la durata dei rapporti di lavoro, ma i redditi troppo bassi che non raggiungono il minimale contributivo necessario, oggi pari a 12.551 euro.
Chi resta sotto questa soglia accumula meno settimane di contributi anche con dodici mesi di lavoro. «Chi lavora tutto l’anno può vedersi riconosciute solo una parte delle settimane», spiega Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil. Accade soprattutto a donne e giovani, concentrati nel part-time involontario, nei contratti brevi e in settori dove le retribuzioni non coprono mai un anno pieno di contributi effettivi.
Con 5.000 euro ci vogliono quasi due mesi in più
La Cgil mostra, con simulazioni su diversi redditi, che il nuovo aumento di tre mesi non si tradurrà in un semplice “slittamento” della data di pensionamento. Chi guadagna 5.000 euro annui accumula solo 21 settimane su 52: per maturare i tre mesi aggiuntivi previsti dal 2028, dovrà lavorare quasi due mesi in più.
A 8.000 euro l’impegno sale a circa un mese e una settimana. Persino chi guadagna 12.000 euro, pochi euro sotto il minimale, dovrà comunque aggiungere almeno due settimane per arrivare al requisito. «Dal 2028 chi ha retribuzioni basse dovrà lavorare settimane e mesi in più solo per “recuperare” l’incremento deciso da questo esecutivo», denuncia Cigna.
Il minimale cresce più dei salari
La difficoltà non è solo futura, ma già attuale. Il minimale contributivo è cresciuto del 16,5% dal 2022, passando da 10.928 a 12.726 euro stimati per il 2026, perché agganciato all’indicizzazione delle pensioni minime. Le retribuzioni dei lavoratori più poveri, invece, sono rimaste quasi ferme. Questo squilibrio produce una perdita automatica di settimane riconosciute ai fini contributivi. «Dal 2023 al 2026 un lavoratore può perdere 22 settimane, oltre cinque mesi e mezzo di pensione futura cancellati pur avendo lavorato ogni singolo giorno», spiega la Cgil. Le carriere povere avanzano nel tempo, ma non avanzano nella pensione.
Nel 2050 servirà un anno in più di lavoro
Gli effetti si amplificano con il passare degli anni. Nel 2040, con l’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la pensione stimato di 13 mesi, un reddito di 5.000 euro dovrà aggiungere oltre sette mesi di lavoro solo per compensare l’aumento. Nel 2050, con 23 mesi in più previsti, servirà un anno e un mese di lavoro aggiuntivo rispetto a quanto indicato in legge. «Ogni 20 mesi lavorati ne varranno solo 12 ai fini della pensione», sintetizza Cigna. Anche un reddito di 8.000 euro dovrà sostenere carichi importanti: quasi cinque mesi di lavoro ulteriore nel 2040 e oltre otto mesi nel 2050.
La promessa mancata di abolire la legge Fornero
Il governo Meloni aveva promesso il blocco dell’adeguamento automatico e il superamento della legge Fornero. Secondo la Cgil, sta avvenendo l’opposto. «L’articolo 43 della legge di bilancio conferma l’aumento dei requisiti e si andrà in pensione più tardi, scaricando la sostenibilità del sistema su chi ha meno tutele e guadagna meno», attacca Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil. «Chi ha svolto lavori più poveri, precari e pesanti deve poter andare in pensione prima, non dopo. Invece questo governo fa l’esatto contrario».
Sciopero del 12 dicembre
Per queste ragioni la Cgil ha indetto uno sciopero generale e scenderà in piazza il 12 dicembre, legando i temi della protesta: pensioni, sanità pubblica, occupazione stabile e salari. «Chiediamo una cosa semplice: cambiare strada», conclude Ghiglione. «Non si può essere poveri al lavoro e ancora più poveri da pensionati, magari pur avendo lavorato una vita».