Frequenze mobili, gli operatori spingono per un rinnovo gratuito in cambio di investimenti sul 5G
di Alessandro LongoIl rinnovo delle frequenze mobili, in scadenza nel 2029, è diventato uno dei dossier più delicati per la politica industriale italiana. Gli operatori e i sindacati chiedono decisioni rapide e un rinnovo non oneroso in cambio di nuovi investimenti sul 5G (dove l’Italia accumula ritardi rispetto al resto d’Europa), mentre il Governo – e in particolare il Tesoro – valuta l’impatto sui conti pubblici e i vincoli europei. Il braccio di ferro procede da mesi, ma negli ultimi giorni è arrivato il carico da novanta che potrebbe fare la differenza: Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) sembra orientata ad appoggiare la tesi degli operatori, con rinnovo frequenze fino al 2037.
È quanto si legge tra le righe di una consultazione pubblica che ha pubblicato qualche giorno fa.
Che cosa c’è in gioco tra 5G, conti pubblici e investimenti
In gioco ci sono miliardi. E non solo in termini di costi per le frequenze ma anche di investimenti che possono fare da volano all’industria italiana.
Nel 201…
Il rinnovo delle frequenze mobili, in scadenza nel 2029, è diventato uno dei dossier più delicati per la politica industriale italiana. Gli operatori e i sindacati chiedono decisioni rapide e un rinnovo non oneroso in cambio di nuovi investimenti sul 5G (dove l’Italia accumula ritardi rispetto al resto d’Europa), mentre il Governo – e in particolare il Tesoro – valuta l’impatto sui conti pubblici e i vincoli europei. Il braccio di ferro procede da mesi, ma negli ultimi giorni è arrivato il carico da novanta che potrebbe fare la differenza: Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) sembra orientata ad appoggiare la tesi degli operatori, con rinnovo frequenze fino al 2037.
È quanto si legge tra le righe di una consultazione pubblica che ha pubblicato qualche giorno fa.
Che cosa c’è in gioco tra 5G, conti pubblici e investimenti
In gioco ci sono miliardi. E non solo in termini di costi per le frequenze ma anche di investimenti che possono fare da volano all’industria italiana.
Nel 2018 l’asta per le frequenze 5G si è chiusa con un incasso di circa 6,55 miliardi di euro, superando di oltre 4 miliardi la base fissata in legge di bilancio. È stata una delle gare più costose in Europa e ha lasciato segni profondi – cicatrici, secondo molti esperti - sui bilanci delle telco italiane. Quelle stesse licenze, insieme ad altre bande già in uso, scadranno il 31 dicembre 2029.
Il nodo oggi è se rinnovare i diritti d’uso con un nuovo esborso significativo – attraverso un’asta o contributi elevati – oppure prorogare e riassegnare le stesse frequenze in modo agevolato.
Per il Tesoro si tratta di una scelta non banale. Un rinnovo gratuito o quasi ridurrebbe il potenziale gettito futuro da spettro, ma potrebbe liberare risorse per colmare il ritardo del paese sul 5G avanzato e sulla digitalizzazione dell’economia. Secondo i dati diffusi da Asstel a novembre, gli investimenti privati delle telco italiane nel 2024 sono scesi a circa 6,5 miliardi di euro, in calo del 4% sull’anno precedente e, a prezzi costanti, del 26% rispetto al 2019. Sono cali pesanti rispetto alla media europea.
Nello stesso periodo il costo del capitale è salito oltre l’8%, mentre i ricavi stagnano, soprattutto sul mobile. I prezzi si sono ridotti del 30 per cento (record in Europa). Il messaggio del settore è che senza alleggerire il conto delle frequenze sarà difficile invertire la rotta.
L’iter Agcom: consultazione chiusa, verso un secondo giro
Il cuore tecnico della vicenda è in Agcom. Con la delibera 154/25/Cons, pubblicata il 23 giugno 2025, l’autorità ha avviato una consultazione pubblica di 90 giorni sulle opzioni regolamentari per l’assegnazione delle frequenze.
Nella sintesi dei risultati della consultazione, la maggior parte degli operatori ha apprezzato il benchmark europeo presentato dall’autorità e ha sottolineato la tendenza, in molti paesi Ue, a prorogare i diritti d’uso agli operatori esistenti in cambio di impegni di investimento o obblighi di accesso, evitando nuove aste dai costi elevati e dagli effetti distorsivi sugli investimenti.
Su questa base, secondo fonti di mercato, il consiglio di Agcom avrebbe dato un primo via libera di massima a un modello di estensione delle licenze fino al 31 dicembre 2037, con condizioni agevolate rispetto a una nuova gara, ma legate a obblighi stringenti. Fra questi rientrerebbero investimenti sul 5G standalone (“puro”, basato su una rete tutta 5G e non ibrida 4G), obiettivi aggiuntivi di copertura e requisiti di accesso all’ingrosso per operatori con meno spettro e operatori virtuali.
Lo stesso documento di Agcom indica però che l’autorità “proseguirà il confronto con il mercato” per definire la regolazione più opportuna. Questo significa che è atteso un secondo round di consultazione, probabilmente nella prima metà del 2026. Secondo fonti del settore, servirà però solo a definire gli aspetti tecnici e operativa di questa cessione gratuita delle frequenze, già ormai assodata.
Manovra, Tesoro e Mimit: perché il governo pensa al rinvio
Nel frattempo il confronto politico si è spostato sulla Manovra. Secondo quanto emerso dal tavolo al Mimit del 10 dicembre, a cui hanno partecipato i ministeri interessati, Asstel e le organizzazioni sindacali, l’ipotesi che sta prendendo corpo è di non inserire già ora una norma sulle frequenze.
Per l’esecutivo le ragioni sono almeno due. Da un lato c’è una considerazione istituzionale: il governo preferisce non pregiudicare il lavoro di Agcom, che ha la competenza tecnica sul disegno del regime di rinnovo, e valutare il da farsi solo a valle della conclusione dell’iter regolatorio. Dall’altro c’è una valutazione di finanza pubblica. Anche se tecnicamente i contributi per le frequenze hanno un profilo pluriennale e non richiedono coperture immediate come una spesa corrente, il Tesoro è restio a rinunciare ex ante a flussi di entrata che potrebbero finanziare altre misure in futuro.
È possibile però che il Governo farà questa mossa a inizio 2026, seguendo Agcom, che secondo alcuni osservatori di settore ha le prerogative ultime per prendere questa decisione. Una linea contraria da parte del Governo potrebbe essere interpretabile come un’invasione di campo, contraria alle normative europee, che sostengono l’indipendenza delle authority.
La pressione di Asstel e sindacati: “Servono scelte rapide”
Sul fronte industriale la posizione della filiera è molto compatta. Il presidente di Asstel, Pietro Labriola, ha più volte descritto il settore delle tlc italiane come “in trappola” tra aste 5G troppo care, costi in crescita e ricavi in calo, chiedendo “regole nuove per invertire la rotta”. In una recente nota l’associazione ha ribadito che le telecomunicazioni hanno bisogno di decisioni rapide di politica industriale e ha avvertito che, senza scelte tempestive, la competitività digitale del Paese rischia di essere compromessa.
Anche i sindacati, reduci da un rinnovo contrattuale complesso, condividono in larga parte questa lettura. Nelle loro prese di posizione hanno sottolineato come una soluzione sulle frequenze potrebbe aiutare la ripartenza degli investimenti, sostenere l’occupazione qualificata e agevolare il rifinanziamento di strumenti come il contratto di espansione, che viene utilizzato per gestire le uscite e l’ingresso di nuove competenze.
Il fronte comune tra imprese e lavoratori punta quindi a spostare il baricentro del dibattito da una logica di cassa – massimizzare il gettito delle frequenze – a una logica di sviluppo, in cui il valore di lungo periodo della rete e dei servizi digitali pesa più dell’incasso immediato.
Secondo questa logica, l’Italia ha tutto da guadagnare dal rinunciare all'uovo oggi - ossia a fare cassa con le frequenze. I guadagni sarebbero più alti, per le casse dello Stato e il sistema Paese, se ripartono gli investimenti degli operatori. Ci sarebbe un aumento gettito fiscale collegato a questi investimenti, per i lavori necessari e la nuova forza lavoro impiegata. A questo si sommerebbe la possibile crescita di produttività per lo sviluppo di servizi innovativi, basati sulle nuove reti, e quindi un beneficio per il Pil, che a sua volta aumenterebbe il gettito fiscale. Certo, un calcolo tutto sulla carta, che ha alcune incognite, come ad esempio la velocità di realizzazione delle reti (spesso rallentata in Italia dalle amministrazioni locali) o di adozione dei nuovi servizi da parte delle aziende (altro punto critico in Italia.
Nel Governo ci sono anche voci più vicine al fronte telco. Il sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti, in più occasioni, ha sostenuto che il rinnovo delle frequenze non può essere automatico, ma che sullo spettro va evitato “un approccio puramente di cassa” (come detto al recente evento romano Telco per l’Italia), a condizione che le telco si impegnino in modo inderogabile su precisi investimenti. Questa impostazione lascia intravedere uno schema in cui le licenze vengono prorogate fino al 2037 a fronte di contributi limitati, obiettivi di copertura e di qualità misurabili e obblighi pro-concorrenza, in linea con le prime ipotesi circolate attorno al tavolo Agcom.
Manca però ancora una traduzione normativa concreta. Nel frattempo, a prevalere è l’incertezza. Proprio quello che gli operatori vorrebbero eliminare, come anche ribadito al Mimit il 10 dicembre.