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Carrello e bollette, salasso per le famiglie. Colpiti i redditi bassi

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L’Istat: “In 5 anni i prezzi dei beni alimentari sono saliti del 24%, quelli energetici del 34”. Inefficaci le misure del governo su caro vita e salari. De Novellis: “Non è con il fisco che si spingono le buste paga”
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ROMA – Sono ormai due anni che i prezzi in Italia sono tornati a crescere a ritmi “normali”, dopo la fiammata del biennio 2022-2023. Il problema è che nei loro consumi, eccezionali e quotidiani, le famiglie italiane il morso lo sentono ancora. Quanto sia stato profondo lo ha ricordato ieri l’Istat: tra il 2021 e il 2025 l’inflazione è stata del 17,1%, ma addirittura del 24% nel carrello della spesa e del 34% per le bollette di luce e gas. E se questo è un mal comune europeo, la particolarità italiana è che siamo l’unico Paese in cui le buste paga non hanno tenuto il passo, perdendo anzi otto punti di potere d’acquisto. Un impoverimento che frena i consumi, rende indigesto ogni altro rincaro - come quelli appena scattati su pedaggi, diesel o sigarette - e rivela l’inefficacia degli interventi per calmierare i prezzi o spingere le buste paga di un governo che ha garantito stabilità, ma non crescita.

ROMA – Sono ormai due anni che i prezzi in Italia sono tornati a crescere a ritmi “normali”, dopo la fiammata del biennio 2022-2023. Il problema è che nei loro consumi, eccezionali e quotidiani, le famiglie italiane il morso lo sentono ancora. Quanto sia stato profondo lo ha ricordato ieri l’Istat: tra il 2021 e il 2025 l’inflazione è stata del 17,1%, ma addirittura del 24% nel carrello della spesa e del 34% per le bollette di luce e gas. E se questo è un mal comune europeo, la particolarità italiana è che siamo l’unico Paese in cui le buste paga non hanno tenuto il passo, perdendo anzi otto punti di potere d’acquisto. Un impoverimento che frena i consumi, rende indigesto ogni altro rincaro - come quelli appena scattati su pedaggi, diesel o sigarette - e rivela l’inefficacia degli interventi per calmierare i prezzi o spingere le buste paga di un governo che ha garantito stabilità, ma non crescita.

Più colpiti i redditi bassi

Nella media del pollo, come sempre, ad alcuni è andata peggio: sono i più poveri. Da un lato perché l’inflazione è feroce per chi spende di più nei consumi base, cibo ed energia. Dall’altro perché ha eroso maggiormente gli stipendi dei settori e dei lavoratori meno specializzati. I bancari, per dire, sono i soli in Italia con il segno più; gli operai e in particolare i metalmeccanici, unici con adeguamento automatico all’inflazione, hanno tenuto; sono crollati commercio o turismo, oltre che il pubblico impiego. «Per i lavoratori a basso reddito la perdita arriva al 15% e il recupero dell’inflazione pare essersi già esaurito», dice Fedele De Novellis, economista di Ref. «Per questo la povertà aumenta anche tra chi lavora, i working poors, e anche al Nord: il fatto di avere un salario non basta più». Conta quel che con il salario si può comprare, un emergenza che negli Stati Uniti si chiama affordability, e in Italia, specie in città, si allarga a studenti e ceto medio. Specie per chi vive di solo salario, senza patrimoni o rendite.

Il paracadute dell’occupazione

Per molte famiglie, in particolare le meno abbienti, il vero paracadute è stato l’aumento dell’occupazione. Il boom post-Covid di settori come turismo o edilizia ha permesso a tanti nuclei di aggiungere un secondo reddito, seppur magro. Quanto alle misure del governo Meloni per raffreddare i prezzi, dal famoso carrello tricolore al cartello dei prezzi medi alla pompa, si sono rivelati inefficaci spot. E in attesa di capire dove porterà l’indagine Antitrust sui prezzi dei supermercati, il Garante dei Prezzi ha sempre le armi spuntate.

Come alzare i salari

Qualche effetto lo hanno avuto gli interventi fiscali: gli sconti in bolletta, il taglio del cuneo fiscale, le limature dell’Irpef per ceti medi e medio-bassi. Ieri il governatore di Bankitalia Panetta ha detto che il combinato tra aumento dell’occupazione e maggiori trasferimenti dello Stato ha riportato il reddito reale disponibile delle famiglie sui livelli precedenti alla maxi inflazione. Non sono però soluzioni strutturali. Un decreto che i costi dell’energia li dovrebbe abbassare alla fonte, per imprese e famiglie, è promesso e rinviato da mesi. Mentre l’arma della politica fiscale, rilanciata nell’ultima manovra con la decontribuzione degli aumenti contrattuali, è limitata: «Il vero tema, fin dagli 80 euro di Renzi, è che utilizzare la leva fiscale non è un modo per far aumentare davvero i salari», dice De Novellis.

Qui emergono i limiti strutturali della nostra economia ricordati da Panetta: scarsa produttività, scarsa innovazione, pochi investimenti in ricerca. Limiti che la celebrata ripresa post Covid non ha certo superato. Poteva contribuire, secondo alcuni, l’introduzione di un salario minimo, che tutelerebbe i lavoratori con gli inquadramenti più deboli. Ma la maggioranza è contraria e l’Italia resterà uno dei pochi Paesi europei a non averlo.

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