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Iran, gli oligarchi affamano Teheran

09/01/2026, Teheran. Iraniani si radunano mentre bloccano una strada durante una protesta. Le proteste nazionali sono iniziate nel Gran Bazar di Teheran contro le fallimentari politiche economiche a fine dicembre, e si sono estese alle universit? e ad altre citt?, includendo slogan economici, politici e antigovernativi (agf)

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Dal petrolio alle banche, così la rete di potere si spartisce la ricchezza. Ma la fiammata dei prezzi travolge anche i commercianti allineati al regime
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Il 6 gennaio, Reza si è svegliato al mattino presto, ha preso la chiavi della macchina, è andato al bazar e ha sistemato un grosso cartello sulla serranda del negozio: “chiuso”. Non ha scritto perché, ma nei vicoli dell’antico mercato di Teheran tutti sapevano: sciopero. «La mia famiglia vende bigiotteria da due generazioni, mio padre prima gestiva anche elettronica, ma l’anno scorso l’abbiamo dismessa. In negozio non entra più nessuno da settimane, non so nemmeno che prezzi fare». Reza ha 30 anni e sta vivendo la fine di un mondo senza riuscire a costruirsene uno nuovo.

Il petrolio iraniano: produzione e peso nell’Opec

La sua generazione va in piazza, disposta anche a morire, subisce la repressione, ritorna in strada: un ciclo di violenza e depressione che ha paralizzato l’Iran. I commercianti di Teheran, i bazaari, sono stati per decenni la spina dorsale della rivoluzione islamica, una classe fedele alla teocrazia, r…

Il 6 gennaio, Reza si è svegliato al mattino presto, ha preso la chiavi della macchina, è andato al bazar e ha sistemato un grosso cartello sulla serranda del negozio: “chiuso”. Non ha scritto perché, ma nei vicoli dell’antico mercato di Teheran tutti sapevano: sciopero. «La mia famiglia vende bigiotteria da due generazioni, mio padre prima gestiva anche elettronica, ma l’anno scorso l’abbiamo dismessa. In negozio non entra più nessuno da settimane, non so nemmeno che prezzi fare». Reza ha 30 anni e sta vivendo la fine di un mondo senza riuscire a costruirsene uno nuovo.

Il petrolio iraniano: produzione e peso nell’Opec

La sua generazione va in piazza, disposta anche a morire, subisce la repressione, ritorna in strada: un ciclo di violenza e depressione che ha paralizzato l’Iran. I commercianti di Teheran, i bazaari, sono stati per decenni la spina dorsale della rivoluzione islamica, una classe fedele alla teocrazia, ricca e influente. La crisi economica ha spazzato via anche il loro potere d’acquisto, e si sono ritrovati in piazza accanto a 20enni con i piercing e imprenditori dell’high tech. La vecchia “aristocrazia mercantile” che aveva radici nei bazaar è stata sostituita da una oligarchia economico-militare che ruota intorno ai Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, divenuti un leviatano che controlla tutti i gangli vitali dell’economia, dalle telecomunicazioni al petrolio, dalle costruzioni all’import, al contrabbando. «Non possiamo importare per le sanzioni statunitensi, è tutto in mano alle Guardie», dice un altro commerciante di Rasht.

Governo fuori controllo

Tra embargo americano e corruzione rampante, il governo sembra aver perso il controllo della situazione. Il tasso di inflazione annuo è del 42%, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati anche di più, di circa il 70 per cento. Le cause della spirale inflazionistica sono diverse. «Il deficit di bilancio, le sanzioni, i problemi del settore bancario, con gli istituti che hanno preso in prestito molto denaro dalla banca centrale negli ultimi anni, e poi corruzione e malagestione», spiega Adnan Mazarei, ex vicedirettore del dipartimento per il Medio Oriente e l’Asia centrale del Fondo monetario internazionale e analista del Peterson Institute. Il petrolio, sanzionato dagli Usa, non rende più come prima perché viene venduto a prezzi stracciati e spesso sul mercato nero. Parte finisce all’estero tramite intermediari o agenti del governo che non necessariamente riportano in patria il denaro ricavato. Un’altra parte, la più cospicua, viene esportata direttamente dalle Guardie e anche in questi casi «i ricavi potrebbero non tornare tutti in Iran». Molti beni della banca centrale sono stati congelati e non possono essere usati per sostenere i tassi di cambio. Non c’è sufficiente valuta estera. Il governo si era inventato un doppio tasso per aiutare gli importatori e far si che almeno i prezzi del cibo si mantenessero bassi: è finita che chi «ottiene valuta estera a basso prezzo può rivenderla sul mercato iraniano con un tasso di cambio più alto o importare beni fissandone il prezzo come se fossero stati importati al tasso di mercato, ottenendo enormi rendite. Le sanzioni hanno creato un sistema di corruzione», dice Mazarei.

Gli interessi di tutti

Il governo del presidente Pezeshkian ha provato a eliminare il tasso di cambio sussidiato, ma incontra molte resistenze perché lede gli interessi dei grandi importatori. Mazarei fotografa la trasformazione: «In Iran la distinzione tra aziende pubbliche e private non sempre regge, anche le banche sono molto legate allo Stato, o a fondazioni. È un sistema oligarchico, fatto da chierici, imprenditori, membri dei Guardiani della Rivoluzione». A dicembre, poco prima che scoppiassero le proteste, al momento di approvare la finanziaria l’esecutivo ha dovuto ammettere di avere le casse vuote, e anche l’adeguamento del 20% dei salari, promesso per fronteggiare l’inflazione, è sfumato. Un mese prima, un altro episodio aveva indignato gli iraniani: il fallimento di una delle principali banche private del paese, Ayandeh, che ha rischiato di mandare sul lastrico migliaia di risparmiatori. Il peggio è stato evitato solo perché lo Stato ha costretto un altro istituto di credito, la Banca Melli, ad assorbire la Ayandeh con tutti i suoi 5 miliardi di dollari di prestiti inesigibili, nonostante la banca centrale avesse stampato denaro per mesi per non farla fallire, facendo aumentare ancora l’inflazione.

Il fondatore della banca è Ali Ansari, esponente di una ricca famiglia iraniana, che prestava soldi a tassi di interesse alti, fuori mercato, a personalità vicine all’establishment, conservatori, riformisti, religiosi, militari, e soprattutto a se stesso, per costruire lussuosi shopping mall, che la classe media iraniana non può più permettersi, o per arredare la sua maestosa villa a Londra. «Molte banche iraniane, soprattutto a causa della mancanza di supervisione e regolamentazione, della corruzione, delle sanzioni, hanno bilanci pessimi, perdite accumulate, crediti in sofferenza», conferma l’economista. Alcune competono tra loro offrendo tassi di interesse sempre più alti sui depositi, in una specie di schema Ponzi che regge e arricchisce pochi fino a quando la banca centrale non è costretta a intervenire per mantenerle in vita. Dopo il caso Ayandeh, il presidente Pezeshkian ha rimosso il governatore della banca Centrale, Mohammad Reza Farzin, sostituendolo con l’ex ministro dell’economia, Abdolnasser Hemmati, che però era già stato sottoposto a impeachment dal Parlamento.

Il Paese a uno snodo

Il Paese ora è a uno snodo cruciale. Dopo la guerra di giugno, rischia un nuovo attacco militare degli Stati Uniti. Un conflitto aperto avrebbe conseguenze imprevedibili e non solo per gli iraniani. Teheran potrebbe anche chiudere lo Stretto di Hormuz e interrompere il flusso di petrolio attraverso il Golfo Persico, che significa fa lievitare i prezzi a livello globale. A seguire con apprensione ciò che accade alla Repubblica Islamica sono soprattutto la Cina, che è il primo importatore di greggio iraniano, gli Emirati, l’Iraq, l’India e la Turchia, i Paesi più colpiti dai nuovi dazi del 25% annunciati da Trump per chiunque faccia affari con Teheran. Alcuni grandi commercianti di riso indiani stanno già diventando più cauti sulle esportazioni in Iran, dice una fonte bancaria, con il rischio che i prezzi aumentino, soffocando ancora di più gli iraniani.

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