Economia

L’economista a Davos:“Non esiste crescita se è a somma zero”

Stefanie Stantcheva

Stefanie Stantcheva

 

La docente di Harvard Stantcheva al Forum per smontare la convinzione che si possa guadagnare solo a spese di altri: “Idea che porta la sinistra a chiedere più tasse per gli abbienti, la destra a fermare gli immigrati”

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Roma – Per provare a capire dove sta andando il nostro mondo, dalle politiche d’America First di Trump all’ascesa delle destre sovraniste in Europa, aiuta dare un occhio alle ricerche di Stefanie Stantcheva su come le persone percepiscono l’economia. Professoressa ad Harvard, dove ha fondato e dirige il laboratorio di Economia sociale, la 39enne e già pluripremiata economista francese – tra gli esperti che questa settimana parleranno al World economic forum di Davos – ha mostrato quanto si stia diffondendo il «pensiero a somma zero».

Che cosa è professoressa?

«La convinzione secondo cui, se alcuni individui guadagnano di più, è a spese di altri, che il mondo sia una torta di dimensioni fisse e se la fetta un gruppo si allarga quella di un altro gruppo si restringe. È l’opposto del pensiero a somma positiva, secondo cui invece attraverso cooperazione, innovazione e crescita economica tutti possono stare meglio. Ed è un modo di pensare sempre più diffuso nei Paesi ricchi, non solo negli Stati Uniti ma anche ad esempio in Francia, e molto di più tra i giovani che tra i più anziani».

Perché?

«Perchè è molto legato alle esperienze economiche vissute dalle persone. Negli ultimi decenni nei Paesi sviluppati crescita e mobilità sociale sono diminuite, e chi è cresciuto in un ambiente del genere è più portato a pensare a somma zero. Nei Paesi in via di sviluppo invece la tendenza è opposta».

Molti degli elettori di Trump sono gli sconfitti della globalizzazione: è questa mentalità la base del suo consenso?

«Il pensiero a somma zero non è una questione partitica, non si trova solo da una parte dello spettro politico: porta a sostenere politiche di sinistra, come una tassazione più alta e più progressiva, e politiche di destra come norme più restrittive sull’immigrazione».

Tassare di più la ricchezza o il profitto però sembra impossibile, e anche impopolare, mentre le politiche contro i migranti assicurano consenso. Perché?

«Perché la visione politica è il combinato di molti fattori. Una tesi molto convincente, che si deve alle ricerche di Alberto Alesina, dice per esempio che il sostegno alla redistribuzione è inferiore nelle società più frammentate. L’immigrazione gioca un grande ruolo in questo: se le persone - spesso senza conoscere i dati reali - si convincono che gli immigrati sono molti, poco istruiti e senza lavoro, e che quindi sfruttano il welfare, saranno meno favorevoli a politiche redistributive».

Imporre dazi sui partner che con le loro esportazioni “fregano” gli Stati Uniti, come fa Trump, trasforma li commercio internazionale in un gioco a somma zero?

«La teoria economica dice che il commercio allarga la torta, ma non che beneficia tutti. Ci saranno molti vincitori e pochi perdenti, che però perdono tanto, o quasi tutto, cioè il loro lavoro. Quindi una redistribuzione a favore di chi perde – nella forma di sussidi o riqualificazione – è centrale. Detto questo, le tariffe non redistribuiscono nulla, limitano solo i benefici del commercio».

Una politica diversa può combattere il pensiero a somma zero?

«La realtà è che non sempre si tratta di un pregiudizio: molte situazioni sono davvero a somma zero. La politica può fare in modo di ridurle il più possibile, e allargare quelle a somma positiva. Penso a interventi che espandono le opportunità, come investire in educazione e assistenza sanitaria, o che promuovono l’innovazione. Politiche che generano più benefici che costi, e che compensano i perdenti».

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