Se l’intelligenza artificiale va su, le aziende di software tradizionale vanno giù. La dinamica si è innescata in borsa, con effetti plurimiliardari. La paura che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale possano erodere il valore delle aziende software storiche ha innescato martedì una delle vendite più violente degli ultimi anni sul comparto tech. In poche ore sono evaporati oltre 300 miliardi di dollari di capitalizzazione da titoli legati a software, servizi digitali e dati: una scossa che non ha travolto solo le big tech, ma anche i grandi fondi e i gestori di credito privato che negli ultimi anni avevano costruito una parte rilevante delle proprie strategie proprio sull’idea che il software fosse l’asset “difensivo” per eccellenza, grazie a ricavi ricorrenti e contratti difficili da disdire. La tendenza ribassista sui software tradizionale va avanti da mesi, sempre con l’IA principale colpevole, ma adesso sembra aggravarsi.
Se l’intelligenza artificiale va su, le aziende di software tradizionale vanno giù. La dinamica si è innescata in borsa, con effetti plurimiliardari. La paura che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale possano erodere il valore delle aziende software storiche ha innescato martedì una delle vendite più violente degli ultimi anni sul comparto tech. In poche ore sono evaporati oltre 300 miliardi di dollari di capitalizzazione da titoli legati a software, servizi digitali e dati: una scossa che non ha travolto solo le big tech, ma anche i grandi fondi e i gestori di credito privato che negli ultimi anni avevano costruito una parte rilevante delle proprie strategie proprio sull’idea che il software fosse l’asset “difensivo” per eccellenza, grazie a ricavi ricorrenti e contratti difficili da disdire. La tendenza ribassista sui software tradizionale va avanti da mesi, sempre con l’IA principale colpevole, ma adesso sembra aggravarsi.
L’IA per avvocati che affonda i software
Il detonatore adesso è stato l’annuncio di nuovi strumenti professionali basati sull’AI, in particolare quelli presentati da Anthropic per la piattaforma Claude Cowork: tool legali progettati per automatizzare attività di drafting (bozze) e ricerca giuridica. Colpito così uno dei business più protetti in ambito software: quello dei servizi ad alto valore aggiunto fondati su database proprietari, abbonamenti ricorrenti e barriere all’uscita elevate. Insomma: se l’AI diventa in grado di “fare” una parte sostanziale del lavoro cognitivo, e non solo di assistere, allora interi ecosistemi di software traballano.
Il mercato ha reagito senza sfumature. Titoli simbolo del software enterprise come Adobe e Salesforce hanno perso in una sola seduta oltre il 6-7%. Ancora più pesante l’impatto sui gruppi legati all’informazione professionale e ai servizi legali: Thomson Reuters e London Stock Exchange Group hanno registrato ribassi superiori al 12%, segnale che gli investitori temono una disintermediazione diretta dei loro prodotti storici da parte di strumenti IA sempre più “operativi”. In parallelo, l’ondata si è estesa con particolare intensità agli analytics e ai fornitori di dati: Gartner ha perso circa il 21%, S&P Global circa l’11%, Moody’s intorno al 9%, FactSet intorno all’11%. Nel resto dell’ecosistema dei dati e dei servizi a pagamento, Intuit ed Equifax sono scese entrambe oltre il 10%. Con il passare delle ore, la vendita ha coinvolto anche società di pagamenti e servizi digitali come PayPal, finendo per trascinare giù una fetta ampia del listino legato al “knowledge work”.
Perché soffrono le aziende software
Un indicatore sintetico del clima è arrivato da un indice JPMorgan sulle azioni software statunitensi, sceso di circa il 7% nella seduta e portato a una perdita attorno al 18% da inizio anno: la sensazione, tra diversi operatori, è che “il software stia prendendo una bastonata”, e che la seduta abbia semplicemente accelerato un riposizionamento già in corso. Per settimane – secondo racconti che circolano tra addetti ai lavori e ingegneri – nella Silicon Valley si è parlato delle nuove versioni di Claude come di strumenti capaci di prendere il controllo del desktop, scrivere codice complesso e portare a termine progetti con un grado di autonomia prima impensabile. Se scrivere software, che per anni è stato il cuore del valore, inizia a sembrare una commodity, allora si mette in discussione il fossato competitivo su cui si reggevano molte valutazioni.
Le aziende provano a difendersi sostenendo che il codice è solo una parte del problema: contano fiducia, dati proprietari, integrazione nei processi aziendali e responsabilità del “system of record”. Ma agli investitori, almeno per ora, questa linea non basta. Non a caso il sottosettore software e servizi era già tra i peggiori dell’anno anche prima del crollo di martedì. E c’è un elemento tecnico che ha amplificato lo shock: diversi gestori notano che il posizionamento sul software era sceso a minimi pluriennali mentre i rischi percepiti erano saliti a massimi pluriennali. Qualsiasi novità che suggerisca un salto di capacità dell’IA può spaventare un mercato “nervoso” e far scattare vendite simultanee su quasi tutto, con ribassi diffusi anche del 4–15% su una singola giornata.
I cali dei grandi gestori
L’onda d’urto ha travolto anche il mondo della finanza alternativa. I grandi gestori di private equity e private credit, che negli ultimi dieci anni hanno investito massicciamente in software (equity, debito e finanziamenti a buyout), si sono ritrovati improvvisamente esposti a un rischio di scenario. Ares Management e KKR sono scese attorno al 10%, Apollo circa il 4,8%, e anche altri nomi del comparto hanno segnato ribassi rilevanti. Il motivo è strutturale: molti fondi hanno puntato sul software come asset “difensivo”, scommettendo su ricavi ricorrenti e su contratti “bloccati”. L’IA rimette in discussione proprio questa presunta stabilità: se la disintermediazione diventa credibile anche solo su alcuni pezzi di workflow, la qualità del collaterale e la sostenibilità di alcune valutazioni finiscono sotto scrutinio.
Un numero spesso citato aiuta a dare la misura: il software peserebbe oggi circa il 20% degli investimenti delle business development companies, contro circa il 10% nel 2016. È una concentrazione che amplifica ogni shock. Se il settore software legal può essere “attaccato” da strumenti IA specializzati, allora anche consulting e servizi finanziari potrebbero esserlo; e se l’automazione entra davvero in quei domini, l’effetto non resta confinato ai vendor diretti, ma tocca pubblicità, media, dati, software enterprise, e perfino i fornitori di infrastruttura.
Un panico eccessivo
Il contagio è stato globale, insomma. Ma molti esperti notano come il panico sia eccessivo, frutto di una fiducia esagerata nei confronti delle capacità dell’IA di generare software a comando. In un recente rapporto, Brent Thill, analista software di lunga data della banca di investimento Jefferies, sostiene che l’IA non può ancora sostituire la “significativa complessità” dei flussi di lavoro dei software aziendali attuali. “A nostro avviso, la complessità dell'architettura aziendale rende improbabile la completa disintermediazione dell'IA dal software”, ha scritto. Altri studi evidenziano, persino, che nei lavori più complessi l’IA in realtà rallenta il lavoro dei programmatori più esperti (si veda quello recente della Model Evaluation and Threat Research, un'organizzazione senza scopo di lucro). In più, le principali aziende software come Sap e Salesforce, stanno correndo, con successo, a integrare l’IA nel proprio business, anche con acquisizioni e accordi. L'anno scorso l'israeliana Nice ha pagato 1 miliardo di dollari per l'azienda tedesca Cognigy, che utilizza l'AI per i servizi di assistenza clienti, mentre Sap ha stretto una partnership con Perplexity (chatbot AI).
L’altro punto di vista è che le aziende software hanno un'opportunità enorme: usare l'intelligenza artificiale per rendere il software che gestisce i sistemi aziendali dei clienti più intelligente e reattivo agli eventi del mondo reale. I clienti potrebbero essere in grado di adeguare le loro catene di approvvigionamento per far fronte, ad esempio, alle tariffe doganali proposte. È probabile che, per ora, le aziende preferiscano acquistare queste soluzioni dagli attori specializzati come Sap, piuttosto che passare settimane a eliminare i bug dalle alternative fatte in casa con l’AI. La Borsa, forse, se ne accorgerà presto e aggiusterà il tiro.