Pensioni, l’ipoteca sul futuro dei giovani: un assegno più basso del 17% rispetto ai loro genitori
di Valentina ConteROMA – Un taglio secco di quasi 17 punti percentuali tra l’ultima busta paga e la prima pensione. È il divario che separa chi oggi lascia il lavoro da chi entrerà in quiescenza nel 2060. Secondo il Focus Censis-Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, presentato oggi, un lavoratore andato in pensione a 67 anni dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Un 33enne entrato nel mercato del lavoro nel 2022, con la stessa carriera e la stessa età di uscita, si fermerà al 64,8%.
La distanza è di 16,7 punti percentuali. Il risultato è che la forbice tra ultima retribuzione e primo assegno quasi raddoppia: dal 18,5% per i pensionati di oggi al 35,2% per quelli di do…
ROMA – Un taglio secco di quasi 17 punti percentuali tra l’ultima busta paga e la prima pensione. È il divario che separa chi oggi lascia il lavoro da chi entrerà in quiescenza nel 2060. Secondo il Focus Censis-Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, presentato oggi, un lavoratore andato in pensione a 67 anni dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato può contare su un tasso di sostituzione netto dell’81,5%. Un 33enne entrato nel mercato del lavoro nel 2022, con la stessa carriera e la stessa età di uscita, si fermerà al 64,8%.
La distanza è di 16,7 punti percentuali. Il risultato è che la forbice tra ultima retribuzione e primo assegno quasi raddoppia: dal 18,5% per i pensionati di oggi al 35,2% per quelli di domani. Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, definisce questa voragine come «una vera ipoteca sul futuro che si somma ai salari tra i più bassi d'Europa, a una crescente diffusione della povertà lavorativa e a una forte riduzione di lavoratori». A pesare è una combinazione di stipendi stagnanti e una “bomba demografica” che entro il 2050 taglierà 7,7 milioni di persone in età lavorativa, il 20,5% della forza lavoro attuale. Insomma «Italia prima per spesa previdenziale in Europa, terzultima per retribuzioni».
Il paradosso della spesa italiana
Nonostante le prospettive ridotte per le nuove generazioni, l’Italia presenta il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al Pil tra i Paesi europei: il 15,5% nel 2023, contro una media Ue del 12,3%. Il confronto con i partner europei è netto: la Francia si ferma al 14,6%, l’Austria al 14,4%, la Grecia al 14,0% e la Spagna al 13,2%, mentre Germania e Danimarca restano all’11,5%. Il problema risiede nella base produttiva: l’Italia è infatti venticinquesima in Europa per incidenza dei salari sul Pil, ferma ad appena il 28,9% contro il 44,9% della Germania. Con una retribuzione lorda media annua nel settore privato di soli 24.486 euro, il sistema fatica a generare contributi sufficienti per il futuro.
La bomba demografica e i Working Poor
Senza una base solida di contribuenti, il sistema rischia il collasso. Tra il 2025 e il 2050, la popolazione in età lavorativa subirà una contrazione violenta di 7,7 milioni di unità, pari a un calo del 20,5%. Nello stesso arco di tempo, la popolazione totale scenderà di 4,3 milioni di persone. In questo scenario, il lavoro smette di essere un argine contro la marginalità: oggi il 10,3% degli occupati (circa 2,4 milioni di persone) è a rischio povertà, quota che sale al 12% tra i giovani under 30 (349.000 individui). La povertà assoluta morde tra gli operai (15,6%), mentre risparmia quasi totalmente dirigenti e quadri (2,9%), a fronte di un numero complessivo di 16,3 milioni di pensionati che percepiscono un assegno medio di 1.861 euro lordi.
Gender pay gap: un fossato economico
Il divario di genere rimane una barriera strutturale che penalizza le donne lungo tutto l’arco della vita attiva. Un uomo guadagna mediamente 27.967 euro lordi l'anno, mentre una donna si ferma a 19.833 euro: uno scarto del 29,1% che si traduce in circa 8.000 euro di differenza ogni anno. Questa disparità si riflette direttamente sulle pensioni correnti: gli importi medi mensili lordi sono di 2.142 euro per gli uomini e appena 1.595 euro per le donne. È una discriminazione economica che riduce drasticamente la capacità delle lavoratrici di costruire una vecchiaia sicura.
La trappola del Generational Pay Gap
Oltre al genere, il mercato punisce pure l’anagrafe. Un lavoratore junior (20-34 anni) guadagna in media il 39,8% in meno rispetto a un senior (over 50), ovvero quasi 11.880 euro in meno all'anno a parità di qualifica. Lo scarto è massimo tra i dirigenti, dove il gap raggiunge il 52,9%, e nelle categorie classificate come "Altro" (51,2%). Seguono gli impiegati con un divario del 30,9%, gli operai con il 27,0% e i quadri con il 15,7%. Secondo Gardini, questo scenario è il «frutto di dinamiche incrociate degli ultimi 30 anni» che rischia di scardinare definitivamente la coesione sociale del Paese.