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Arriva l’apprendista artificiale, in ufficio l’IA rimpiazza i giovani

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I primi studi sull’adozione della tecnologia negli Usa mostrano che sono le figure con meno esperienza le prime ad essere sostituite. L’Fmi: “Uno tsunami”
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ROMA – Il praticante di uno studio legale. Il programmatore al primo impiego. L’analista finanziario o il ricercatore junior. Potrebbero essere i giovani lavoratori quelli più penalizzati nell’era dell’Intelligenza artificiale. O almeno così sembrano suggerire le prime – ancora fragili – indicazioni che arrivano dagli Stati Uniti. Nel Paese dove le aziende stanno adottando Gpt, Claude, Gemini & Co. al ritmo più veloce, l’economia viaggia spedita, ma l’impiego non cresce più e cala in modo deciso quello dei ragazzi ai primi passi della loro carriera. Quelli con i compiti più basilari e codificati, meno legati ad esperienza e giudizio, quindi più rimpiazzabili da menti sintetiche, magari addestrate su buoni manuali.

L’IA c’è, e già si…

ROMA – Il praticante di uno studio legale. Il programmatore al primo impiego. L’analista finanziario o il ricercatore junior. Potrebbero essere i giovani lavoratori quelli più penalizzati nell’era dell’Intelligenza artificiale. O almeno così sembrano suggerire le prime – ancora fragili – indicazioni che arrivano dagli Stati Uniti. Nel Paese dove le aziende stanno adottando Gpt, Claude, Gemini & Co. al ritmo più veloce, l’economia viaggia spedita, ma l’impiego non cresce più e cala in modo deciso quello dei ragazzi ai primi passi della loro carriera. Quelli con i compiti più basilari e codificati, meno legati ad esperienza e giudizio, quindi più rimpiazzabili da menti sintetiche, magari addestrate su buoni manuali.

L’IA c’è, e già si vede

L’impatto dell’IA sul mondo del lavoro è uno dei temi più dibattuti di questa nuova era. E man mano che i modelli linguistici entrano in ufficio le previsioni dei futurologi, tecno-ottimisti o tecno-pessimisti, iniziano a lasciare il posto a osservazioni più scientifiche. Nelle ultime settimane, per esempio, aumentano le voci di chi ritiene di osservare già un impatto dell’IA sulla (notevolissima) crescita della produttività del lavoro negli Stati Uniti, assai prima del previsto. Una, autorevole, è di Erik Brynjolfsson, direttore del laboratorio sull’Economia digitale di Stanford, secondo cui siamo usciti dalla fase iniziale “piatta” tipica di tutte le tecnologie, necessaria per investimenti ed adozione, e arrivati al “decollo”. Gli analisti di Capital Economics stimano in mezzo punto, mica poco, l’extra produttività riconducibile all’IA negli ultimi dati Usa.

La grande divaricazione

Buone notizie, considerato che da tempo l’economia globale cerca un nuovo propulsore. Ed è una notizia discreta che nel complesso i posti di lavoro tengano, e non scendano. Quando si guarda ai singoli settori più impattati dall’IA, come la programmazione, si nota però una divaricazione che lo stesso Brynjolfsson definisce un allarmante «canarino nella miniera»: aumentano i posti per lavoratori più esperti, per cui la tecnologia è un potenziatore, mentre si riducono per i giovani al primo impiego, sostituibili. Alla medesima conclusione arrivano sia analisi del Fondo monetario che della stessa Stanford, che parla di una differenza negativa di ben 16 punti a danno degli Under 25, che rischiano di vedere complicarsi non poco la prima - decisiva - fase di ingresso nel mondo del lavoro.

«Uno tsunami», l’ha definito la numero uno dell’Fmi Georgieva. Come detto, siamo appena agli inizi: degli effetti, delle misurazioni e delle relative interpretazioni. Ma la velocità a cui arriva non ha precedenti.

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