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Schizzano greggio e gas, l’escalation in Medio Oriente affonda Europa e Asia

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Per il secondo giorno borse in profondo rosso, si teme una crisi prolungata e il blocco a oltranza di Hormuz. I listini Ue “bruciano” 565 miliardi. Wall Street limita i danni e il dollaro si rafforza grazie all’autonomia energetica Usa
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ROMA – I mercati hanno sempre più paura del conflitto in Medio Oriente, del rischio che destabilizzi tutta l’area e provochi una crisi prolungata delle forniture energetiche. Dopo la riapertura difficile di lunedì, quella di ieri è stata una giornata ancora più nera sui listini. Il petrolio ha continuato a salire fino a 85 dollari al barile, dove non arrivava dal 2024, il gas ha toccato i 65 euro al Megawattora sul mercato di Amsterdam, il massimo da tre anni, le Borse del Vecchio Continente hanno chiuso con perdite tra i 3 e i 5 punti, vedendo svanire 565 miliardi di capitalizzazione. Europa ed Asia, importatori di materie prime energetiche dal Medio Oriente, si confermano i blocchi più esposti a una crisi duratura, che inizierebbe ad impattare prima sui prezzi e poi anche sulla crescita.

Gli scen…

ROMA – I mercati hanno sempre più paura del conflitto in Medio Oriente, del rischio che destabilizzi tutta l’area e provochi una crisi prolungata delle forniture energetiche. Dopo la riapertura difficile di lunedì, quella di ieri è stata una giornata ancora più nera sui listini. Il petrolio ha continuato a salire fino a 85 dollari al barile, dove non arrivava dal 2024, il gas ha toccato i 65 euro al Megawattora sul mercato di Amsterdam, il massimo da tre anni, le Borse del Vecchio Continente hanno chiuso con perdite tra i 3 e i 5 punti, vedendo svanire 565 miliardi di capitalizzazione. Europa ed Asia, importatori di materie prime energetiche dal Medio Oriente, si confermano i blocchi più esposti a una crisi duratura, che inizierebbe ad impattare prima sui prezzi e poi anche sulla crescita.

Gli scenari possibili

L’Iran sotto attacco sta provando a reagire scatenando una crisi energetica: ha annunciato il blocco di Hormuz, lo stretto da cui transita un quarto degli idrocarburi globali, ha colpito il Qatar, uno dei maggiori produttori di gas liquefatto, che ha fermato gli impianti, e ora minaccia di attaccare le infrastrutture petrolifere saudite. Quale sarà l’entità del danno? Ma soprattutto: quanto durerà il conflitto? Una riapertura di impianti e rotte entro qualche settimana, ancora lo scenario base degli analisti, potrebbe sgonfiare i prezzi in tempi relativamente brevi, visto che sui mercati degli idrocarburi c’è un bel cuscinetto di offerta: «Caleranno appena l’azione finirà», ha detto ieri Trump. Ma l’ipotesi che restino a questi livelli, o che il petrolio salga fino a 100 dollari al barile, ora dopo ora appare, se non probabile, di certo meno remota.

La dipendenza dell’Europa

Sarebbe uno scenario doppiamente negativo per l’Europa - che oggi terrà una riunione di emergenza - e per l’Italia, vista la loro crescente dipendenza dal gas liquefatto e l’influenza che questo esercita sui prezzi complessivi. Se è vero che i 54 euro al Megawattora con cui il metano ha chiuso ieri ad Amsterdam (+20%) sono lontani dagli oltre 300 toccati dopo lo stop del gas russo, sono cifre doppie rispetto a quelle di inizio anno e che si stanno già riflettendo anche sui prezzi dell’elettricità: minacciano di impattare sulle tasche delle famiglie e la competitività delle imprese. Per un continente dove la crescita già balbetta si materializza così lo spettro della “stagflazione”, stagnazione più inflazione. Ed è questo rischio che stanno bruscamente incorporando mercati fino alla scorsa settimana euforici: Londra fa -3,13%, Francoforte -3,84%, Parigi -3,5%, Madrid -4,67%, Milano -3,92%. Cadono tutti i settori, a cominciare dalla banche, strettamente legate alle prospettive di crescita.

America al riparo

Allargando lo sguardo, le Borse asiatiche hanno avuto tonfi simili o peggiori: la dipendenza delle grandi economie orientali, Cina e India incluse, dagli idrocarburi che escono da Hormuz è notevole. Mentre ancora una volta gli Stati Uniti, autonomi dal punto di vista energetico, limitano i danni: Wall Street ha chiuso con perdite dell’1% e il dollaro ha riguadagnato ulteriore terreno sull’euro.

Vendite, per ora contenute, si sono registrate anche sui titoli di Stato, sia americani che europei. Il motivo è che una eventuale fiammata inflattiva potrebbe spingere le Banche centrali a maggiore cautela nel taglio dei tassi, o addirittura ad alzarli. È uno scenario ancora più negativo ma anche più improbabile, visto che i guardiani delle monete si fanno guidare dai fondamentali, guardando “oltre” alle crisi temporanee. Ma questa lo sarà?

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