Il petrolio s’infiamma, poi torna sotto i 100 dollari. Borse in preda all’incertezza
di Filippo SantelliL'incendio ad una raffineria di petrolio nel Nord dell'Iran
ROMA – Al decimo giorno di guerra contro l’Iran il petrolio - finora relativamente sotto controllo - supera di slancio la soglia psicologica dei 100 dollari al barile e schizza a 120, dove non si vedeva dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’ipotesi che la crisi si risolva in tempi brevi, facendo rientrare la fiammata ed evitando uno shock su inflazione e crescita, appare sempre più incerta: lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e dopo Qatar (con il gas), Kuwait e Iraq ora anche i Sauditi iniziano a fermare i primi pozzi. In dieci giorni sono spariti dal mercato 200 milioni di barili di greggio, l’equivalente di due giorni di domanda globale. Di fronte all’emergenza i ministri delle Finanze del G7 trovano quel tanto di unità e si dicono pronti «ad adottare le misure necessarie», a cominciare dal rilascio delle riserve strategiche. Bastano queste parole e le rassicurazioni di Trump su una guerra «praticamente finita» per riportare il prezzo del barile a 90 dollar…
ROMA – Al decimo giorno di guerra contro l’Iran il petrolio - finora relativamente sotto controllo - supera di slancio la soglia psicologica dei 100 dollari al barile e schizza a 120, dove non si vedeva dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’ipotesi che la crisi si risolva in tempi brevi, facendo rientrare la fiammata ed evitando uno shock su inflazione e crescita, appare sempre più incerta: lo Stretto di Hormuz resta chiuso, e dopo Qatar (con il gas), Kuwait e Iraq ora anche i Sauditi iniziano a fermare i primi pozzi. In dieci giorni sono spariti dal mercato 200 milioni di barili di greggio, l’equivalente di due giorni di domanda globale. Di fronte all’emergenza i ministri delle Finanze del G7 trovano quel tanto di unità e si dicono pronti «ad adottare le misure necessarie», a cominciare dal rilascio delle riserve strategiche. Bastano queste parole e le rassicurazioni di Trump su una guerra «praticamente finita» per riportare il prezzo del barile a 90 dollari: ma per quanto?
Volatilità ai massimi
L’incertezza sui mercati è massima, l’indice di volatilità geopolitica sfiora livelli toccati solo dopo l’11 settembre. Le Borse asiatiche, l’area più esposta alle importazioni di idrocarburi dal Golfo, chiudono un’altra giornata rossissima, quelle europee limitano i danni (Milano -0,29%) ma il valore della capitalizzazione bruciata da inizio guerra già supera i mille miliardi di euro. Il dollaro, “tornato” bene rifugio, guadagna altro terreno. Oggi il G7 si riunirà di nuovo a Parigi con i ministri dell’Energia, saranno loro a valutare se passare all’azione. L’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), creata dopo lo shock petrolifero degli anni ‘70 proprio per casi del genere, ha spiegato che i suoi membri hanno 1 miliardo e 200 milioni di barili d’emergenza, più 600 milioni dedicati all’industria. Il Giappone è pronto a intervenire, altri Paesi tra cui quelli europei temporeggiano, perché non c’è ancora un problema di approvvigionamenti: le scorte sono un cuscinetto prezioso ma temporaneo, non va sprecato. L’ultimo rilascio fu nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina, quando l’Aie coordinò l’immissione sul mercato di 180 milioni di barili, il più grande della storia.
La grande incognita dei tempi
Si torna alla solita incognita dei tempi: tutto dipende da quanto alti resteranno i prezzi e al momento, anche se lo scenario base resta la crisi temporanea, il rischio di un prolungamento è sempre più concreto. A subirne gli effetti sarebbe soprattutto chi dipende dalle importazioni di energia, come l’Europa. Per ogni dieci per cento di aumento stabile del greggio l’Unione pagherebbe da due a quattro decimi di inflazione extra, a secondo delle stime, e da uno a due decimi di crescita. Significa che se il conflitto durasse ancora due settimane non ci sarebbero grossi danni, ha detto ieri il Commissario Dombrovskis, ma che una guerra protratta porterebbe un «sostanziale rischio stagflazione». Inflazione più stagnazione: la peggiore malattia economia. Per l’Europa all’effetto greggio va aggiunto quello gas, con i prezzi che si sono arrampicati a 56 euro e allungano un’ombra sui prossimi mesi di ricostituzione delle scorte. E a cascata, per i Paesi come l’Italia dove le centrali termoelettriche fanno il mercato, l’effetto sull’elettricità: ieri il prezzo all’ingrosso di un Megawattora superava i 160 euro, al massimo da febbraio 2025.
La ferita dell’inflazione
Se lo shock energetico si trasferisse all’inflazione di fondo, riaprendo una ferita appena rimarginata, potrebbe costringere i banchieri centrali a politiche più restrittive, che toglierebbero ossigeno a tutta l’economia. Ieri i mercati hanno iniziato a ipotizzare per la prima volta un doppio rialzo dei tassi della Bce entro la fine dell’anno, con relative tensioni - per ora contenute - sui titoli di Stato. Alcuni governi iniziano a muoversi con misure di emergenza: la Corea studia un tetto ai prezzi dei carburanti, l’Ungheria lo ha fatto scattare da mezzanotte.
Intanto Donald Trump dice di avere «un piano per tutto», anche per i prezzi del petrolio. Ma non prevede di prendere il controllo delle risorse iraniane, perché «potrebbe danneggiare i nostri rapporti con la Cina». Il suo ottimismo su una svolta imminente nel conflitto ha contribuito a far rimbalzare in positivo Wall Street. Il resto del mondo è meno sicuro.