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L’economista Nicolazzi: “Autonomia energetica fino a tre mesi, poi sarà il disastro”

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Il docente torinese spiega: “La chiusura di Hormuz farà impennare i prezzi e alimenterà le tensioni internazionali
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ROMA – «Con lo Stretto di Hormuz chiuso, o semichiuso, non ci restano che due-tre mesi di autonomia energetica». Dopodiché? «Dopo sarà un disastro senza precedenti dal punto di vista dei prezzi e delle tensioni internazionali». Le parole di allarme su quello che ci possiamo aspettare se la guerra non sarà di breve durata sono di Massimo Nicolazzi, professore di Economia delle fonti di energia all’università di Torino.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol ha convocato una riunione straordinaria per valutare le condizioni di mercato e le nazioni del G7 hanno chiesto all’agenzia di preparare scenari per il rilascio di riserve strategiche. Sono mosse plausibili? Quanto durerà il conflitto…

ROMA – «Con lo Stretto di Hormuz chiuso, o semichiuso, non ci restano che due-tre mesi di autonomia energetica». Dopodiché? «Dopo sarà un disastro senza precedenti dal punto di vista dei prezzi e delle tensioni internazionali». Le parole di allarme su quello che ci possiamo aspettare se la guerra non sarà di breve durata sono di Massimo Nicolazzi, professore di Economia delle fonti di energia all’università di Torino.

Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol ha convocato una riunione straordinaria per valutare le condizioni di mercato e le nazioni del G7 hanno chiesto all’agenzia di preparare scenari per il rilascio di riserve strategiche. Sono mosse plausibili? Quanto durerà il conflitto? «Malgrado le affermazioni del capo del Pentagono, Pete Hegseth e le opposte indiscrezioni su una sorta di diplomazia parallela all’opera grazie alla quale alcune navi riuscirebbero a passare indenni lo Stretto di Hormuz, la guerra non durerà poco tempo, almeno fino a quando a Teheran non si sarà insediato un nuovo regime. Nessun “regime change”, intendiamoci, ma una classe dirigente strutturata e solida. In grado tra l’altro di promettere in modo convincente che rinuncerà all’arma atomica e che davvero non andrà oltre il quantitativo di uranio sufficiente a rinforzare la base energetica domestica e industriale. Nulla di più».

I sauditi dicono che stanno rafforzando a gran velocità la pipeline che taglia esattamente a metà la penisola arabica portando il greggio alle basi di export sul Mar Rosso, e il rientro delle quotazioni petrolifere di ieri sembra indicare che è una missione possibile. «Non sarà un affare risolvibile in tempi brevi, si tratta di dirottare 7,5 milioni di barili al giorno, quasi metà della produzione saudita, il doppio di quella iraniana. C’è anche il problema dei clienti asiatici: Cina, Giappone, Sud Corea e altri mercati dell’estremo oriente assorbono ogni giorno l’80% della produzione dell’area del Golfo, e non si possono lasciare a secco così all’improvviso. E poi c’è la questione del gas del Qatar, quella dell’alluminio, e tante altre connesse».

È più grave questa crisi petrolifera, quella del 1973 o quella del ritorno degli ayatollah a Teheran del 1979? «É impossibile comparare i vari casi. Quella del 1973 fu improvvisa, il mondo del petrolio veniva da prezzi fissi, due dollari al barile dal 1946 al 1971 e i prezzi li faceva l’Opec. Poi tutto cambiò. Cominciò Nixon rompendo i legami oro/dollaro, poi arrivò l’epoca delle nazionalizzazioni del greggio. Nel 1979 fu quasi naturale che i prezzi schizzassero da 39 a 80 dollari. Più logico rifarsi a episodi più recenti, come l’impennata a 148 dollari del 2008».

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