Il politologo emiratino: “Che errore lo stop prolungato a Hormuz, così il regime danneggia la Cina”
dalla nostra inviata Anna LombardiDUBAI – «Hormuz è un passaggio internazionale da dove in tempi normali, transitano centinaia di navi battenti bandiere di ogni paese al mondo. Bloccarlo è un tentativo di ricatto globale: e proteggerlo è dovere di tutti. Ma sia chiaro, mantenere il blocco a lungo, sarebbe sciocco da parte dell’Iran: lo stop lede principalmente gli interessi della Cina, il suo principale alleato». Abdulkhaleq Abdulla è il politologo emiratino dell’Università di Al Ain autore del saggio The Arab Gulf States: Old Approaches and New Realities.
Perché il blocco danneggia principalmente Pechino?
«La chiusura di Hormuz, più che un problema europeo o americano, è un problema asiatico: per l’India,e ancor più per la Cina, che ha già perso il Venezuela. Pechino trae dall’Iran il 45 per cento del suo fabbisogno: solo nel 2025 si è accaparrato l’80 per cento del loro greggio. Oggi i sono principalmente loro a dover fare qualcosa».
Intanto, a causa del blocco, quei Paesi sono stati costretti a ridurre la prod…
DUBAI – «Hormuz è un passaggio internazionale da dove in tempi normali, transitano centinaia di navi battenti bandiere di ogni paese al mondo. Bloccarlo è un tentativo di ricatto globale: e proteggerlo è dovere di tutti. Ma sia chiaro, mantenere il blocco a lungo, sarebbe sciocco da parte dell’Iran: lo stop lede principalmente gli interessi della Cina, il suo principale alleato». Abdulkhaleq Abdulla è il politologo emiratino dell’Università di Al Ain autore del saggio The Arab Gulf States: Old Approaches and New Realities.
Perché il blocco danneggia principalmente Pechino?
«La chiusura di Hormuz, più che un problema europeo o americano, è un problema asiatico: per l’India,e ancor più per la Cina, che ha già perso il Venezuela. Pechino trae dall’Iran il 45 per cento del suo fabbisogno: solo nel 2025 si è accaparrato l’80 per cento del loro greggio. Oggi i sono principalmente loro a dover fare qualcosa».
Intanto, a causa del blocco, quei Paesi sono stati costretti a ridurre la produzione di petrolio.
«Certo, danneggia tutti. Ma quanto, dipenderà dalla durata del conflitto. Negli Emirati abbiamo un oleodotto che trasporta 1,5 milioni di barili al giorno fino a Fujairah, sulla costa orientale. E lì c’è uno degli hub di stoccaggio di prodotti petroliferi raffinati, più grande al mondo: il secondo dopo Amsterdam. L’abbondanza di scorte ci permetterà di continuare a esportare almeno per i prossimi 4-5 mesi. Non ci spaventa nemmeno la possibile carenza di beni essenziali: alla peggio li faremo entrare via Jeddah. Sarà solo un po’ più costoso. Insisto: se il blocco persiste a essere danneggiato sarà soprattutto il più stretto alleato dell’Iran: Pechino».
Gli Emirati si aspettavano un attacco simile?
«È la prima volta nella storia che subiamo un attacco così massiccio e violento dal vicino iraniano. Non ne siamo necessariamente sorpresi: ma sicuramente scioccati. Da due settimane siamo bersagliati con droni e missili più di qualsiasi altro paese della regione, compreso Israele. Ma finora l’impatto è stato minimo in termini di vite umane, feriti e danni alle infrastrutture. Gli iraniani hanno fatto male i calcoli: pensavano fossimo più vulnerabili».
Perché gli Emirati sono stati bersagliati più di Israele?
«Colpire Dubai, Abu Dhabi, vuol dire attaccare centri finanziari cruciali. L’aeroporto di Dubai è il più trafficato al mondo. Colpirlo, vuol dire cercare di mettere in ginocchio il sistema aeronautico mondiale. Stesso discorso per il porto, quinto più trafficato del pianeta. Insomma, l’intenzione è colpire attraverso noi il polo commerciale e logistico globale. E poi, a Dubai, convivono cittadini di 200 nazionalità diverse. Hanno voluto creare panico ovunque».
Nonostante gli attacchi, gli Emirati stanno evitando ogni azione offensiva. Come mai?
«La nostra forza è il soft power. La gente è calma, la leadership è fiduciosa: e questo è esattamente il messaggio che vogliamo dare. Nonostante gli attacchi, continuiamo a vivere una situazione di sicurezza e prosperità. Siamo bravi a gestire le crisi e lo abbiamo già dimostrato in passato: dai tempi della guerra tra Iran e Iraq fino al Covid».
Che ne sarà degli accordi di Abramo dopo questa crisi?
«Ne usciranno rafforzati. Quel che si è rotto è l’equilibrio che avevamo trovato con l’Iran».
E i rapporti futuri con Teheran?
«Dipende da come andranno le cose da loro. Lo scenario peggiore è che diventi più estremista. Ma non perdo la speranza che possa arrivare un governo più moderato, civile, aperto e moderno».