MILANO – In uno scenario caratterizzato da continui colpi di scena dal fronte iraniano, la tentazione di liquidare le posizioni e attendere che passi la bufera è forte. Soprattutto per gli investitori che hanno messo a segno guadagni potenziali importanti negli ultimi anni. Anche se non è detto che si tratti della scelta più saggia, dato che significherebbe da una parte monetizzare i cali delle ultime settimane, dall’altra dimenticare che dal 2020 in avanti i mercati finanziari hanno già attraversato degli shock, dai quali si sono poi ripresi segnando sempre nuovi record.
La strategia della pianificazione
“Restare investiti in periodi di turbolenza si è storicamente rivelata una strategia efficace, poiché l'impatto sui mercati delle turbolenze geopolitiche potrebbe non durare a lungo”, scrive in un report di fresca pubblicazione Saira Malik, chief investment officer di Nuveen. “I prezzi del petrolio spesso registrano un aumento iniziale durante tali eventi, ma in media diminuiscono dopo 65 e 250 giorni dal primo picco”. Per altro, secondo i dati Bloomberg, l'indice dei prezzi al consumo ha storicamente registrato un calo medio di 25 punti base un anno dopo conflitti simili, ricorda l’esperta. Un'analisi citata dal New York Times ha rilevato che l'indice S&P 500 è aumentato in media del 12,5% un anno dopo le azioni militari statunitensi durate più di un giorno, a partire dall'operazione Desert Storm (1991) fino ad altre sette campagne precedenti l'attuale conflitto in Iran.
Rischio stretta sui tassi nell’Eurozona
Intanto sta succedendo qualcosa di insolito: borse e obbligazioni stanno cadendo insieme. “In questo clima di forte tensione geopolitica, il dollaro americano si conferma il rifugio sicuro per eccellenza”, rilevano gli analisti di Ebury. In generale, gli investimenti negli Stati Uniti stanno sovraperformando quelli nel resto del mondo, invertendo il trend di vendita ("Sell America") emerso dopo lo shock dei dazi dell'anno scorso. “Il ritorno in massa degli investitori verso il dollaro non ha fatto bene all'euro, che è scivolato verso i minimi degli ultimi mesi.
Come se non bastasse lo shock energetico, i dati sull'inflazione di febbraio sono stati più alti del previsto. Questo conferma la nostra idea: la prossima mossa della Bce sarà un rialzo dei tassi”, aggiungono da Ebury.“Il rischio principale derivante dal conflitto riguarda l'energia”, aggiunge Tim Murray, capital markets strategist, multi-asset division di T. Rowe Price. ”Tuttavia l'inflazione determinata dall'energia è volatile e può far cambiare rapidamente la situazione. Se i prezzi del petrolio aumentassero e l'inflazione dei beni riprendesse slancio, ciò potrebbe complicare il percorso della Federal Reserve”.
Portafoglio difensivo con preponderanza del reddito fisso
Detto del contesto generale, abbiamo chiesto a una serie di money manager di mettere a punto portafogli-tipo. La prima ipotesi riguarda un risparmiatore che sceglie la strada della prudenza, ritenendo che la correzione non sia terminata. “In presenza di turbolenze geopolitiche, la gestione del portafoglio richiede innanzitutto un rafforzamento delle componenti difensive, senza però modificare radicalmente la strategia di fondo”, annota Roberto Bianchi, head of fund selection di Banor. Un primo elemento di protezione può essere rappresentato dall’esposizione al dollaro.
“Indipendentemente dalle valutazioni fondamentali che rimangono negative, nelle fasi di tensione internazionale la valuta statunitense tende spesso ad apprezzarsi, offrendo una copertura naturale rispetto a eventuali shock geopolitici”, aggiunge. “Un altro fattore da monitorare riguarda la componente legata all’energia. Le crisi geopolitiche generate in Medio Oriente hanno come effetto immediato un aumento del prezzo del petrolio, con possibili ripercussioni sull’inflazione globale”. Il portafoglio tipo prudente è esposto per il 30% alle azioni (per metà in dollari), per il 15% tra liquidità e strumenti monetari e per il 55% alle obbligazioni. Con queste ultime diversificate tra titoli governativi investment grade (cioè a cura di emittenti solidi), obbligazioni indicizzate all’inflazione e corporate bond investment grade.
Portafoglio anti-volatilità con ampia diversificazione
Per Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer Sgr, “il punto non è uscire dagli investimenti, ma costruire portafogli più robusti”. La volatilità, ricorda l’esperto, non si elimina: si gestisce con diversificazione e con scelte che guardano oltre il momento difficile, ai grandi equilibri economici che stanno ridisegnando i mercati. Detto questo, Franzin vede un portafoglio anti-volatilità con un’esposizione alle azioni globali per circa un terzo del portafoglio complessivo (“Privilegiando settori legati agli asset reali – energia, infrastrutture, materie prime e difesa – dove negli ultimi anni si è investito poco. Quando il capitale torna in questi comparti, spesso si aprono cicli favorevoli”, spiega).
Per il resto, immagina il 40% circa per il reddito fisso, con l’oro intorno al 7% (“Il metallo resta una delle principali ancore di stabilità. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche, debito crescente e banche centrali che continuano ad accumulare riserve, il metallo giallo mantiene il suo ruolo di assicurazione del portafoglio nel medio periodo”), con circa il 13% sui mercati emergenti (“Valutazioni più interessanti rispetto ai paesi sviluppati ed esposizione a trend strutturali come urbanizzazione, energia e infrastrutture. In modo selettivo anche alcune aree della Cina”) e il restante 7% in liquidità (“Per gestire le fasi di stress dei mercati e cogliere opportunità nelle correzioni”).
Per chi guarda al lungo periodo si alza la soglia del rischio
Detto che la sfida più difficile (ma spesso anche quella più remunerativa) per chi investe è isolarsi dai rumori di fondo e guardare al lungo periodo, per Alessandro Bucelli, responsabile gestioni patrimoniali di L&B Capital Sgr, c’è spazio per un’esposizione interamente azionaria. “In questo caso, la nostra indicazione è di puntare su società che evidenziano barriere a loro favorevoli, e quindi forte potere contrattuale.
Il prezzo da pagare rispetto ad altre strategie è la volatilità, l’obiettivo è avere nel tempo una significativa rivalutazione del capitale”. In questo senso, Bucelli indica una possibile esposizione a titoli di società con una capacità elevata di fissare i prezzi e dall’altra a realtà che esercitano una leadership di costo guidata da economie di scala e infrastrutture tech, che i concorrenti non possono replicare senza investimenti decennali. Inoltre vede opportunità nei titoli delle società di software con quote rilevanti sul mercato e una quota analoga in azioni del settore aerospaziale, che operano in mercati oligopolistici dove il potere contrattuale dei clienti è limitato dalla scarsità di alternative. Una selezione che richiede una profonda conoscenza del comparto finanziario e comporta una rinuncia alla diversificazione per asset class, che resta fondamentale soprattutto i piccoli risparmiatori.