Alla fine i tagli sulle previsioni sono arrivati. L’Europa crescerà meno delle attese, perché la guerra in Iran spingerà in alto le quotazioni del petrolio, rallentando l’economia. E tra i Paesi più colpiti ci sarà l’Italia. A dirlo è la banca d’affari Usa, Goldman Sachs. I suoi analisti hanno tagliato le previsioni di crescita per l’anno in corso e per il successivo. Così mentre Trump si gongola nel fare più soldi con i proventi del petrolio salito alle stelle, i Paesi importatori come quelli europei soffrono. La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni sul Pil dell’area euro di un ulteriore 0,2% entro la fine del 2026 rispetto alle previsioni precedenti, portando il downgrade totale allo 0,4% dall’inizio della guerra in Iran.
Gli scenari possibili
«Ora prevediamo – scrivono gli analisti - u…
Alla fine i tagli sulle previsioni sono arrivati. L’Europa crescerà meno delle attese, perché la guerra in Iran spingerà in alto le quotazioni del petrolio, rallentando l’economia. E tra i Paesi più colpiti ci sarà l’Italia. A dirlo è la banca d’affari Usa, Goldman Sachs. I suoi analisti hanno tagliato le previsioni di crescita per l’anno in corso e per il successivo. Così mentre Trump si gongola nel fare più soldi con i proventi del petrolio salito alle stelle, i Paesi importatori come quelli europei soffrono. La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni sul Pil dell’area euro di un ulteriore 0,2% entro la fine del 2026 rispetto alle previsioni precedenti, portando il downgrade totale allo 0,4% dall’inizio della guerra in Iran.
Gli scenari possibili
«Ora prevediamo – scrivono gli analisti - una crescita tendenziale dell’1% nel quarto trimestre di quest’anno, ma la crescita diminuirebbe ulteriormente in modo significativo nel caso si verificassero gli scenari più avversi». I venti contrari sono soprattutto legati al petrolio che Goldman Sachs stima per quest’anno, nella migliore delle ipotesi, possa restare a un prezzo medio di 77 dollari al barile e a quello del gas che dovrebbe attestarsi a una media di 46 euro. Ma gli scenari diventano più avversi se lo stretto di Hormuz resterà bloccato per più di 30 giorni, spingendo le quotazioni del greggio fino a 130 dollari al barile che salirebbero ulteriormente a 150 dollari in caso di chiusura del passaggio per 60 giorni.
Anche perché se è vero che il prezzo sale velocemente, è altrettanto vero che a scendere impiega molto più tempo, per cui una volta arrivato ai picchi, il ritorno alla normalità non è poi così immediato. Il riflesso dell’impennata dei prezzi energetici, si riverbererà sull’inflazione. Prima dello scoppio della guerra le attese di Goldman Sachs erano per una crescita dei prezzi dell’area euro al 2% nel secondo trimestre del 2026. Ora gli analisti mettono nero su bianco che l’inflazione a giugno arriverà al 2,9%, ma non escludono che nello scenario peggiore possa arrivare a un disastroso 4,4%. Se così fosse, si potrebbe verificare quello che tutti temono, ovvero che le banche centrali mettano mano al costo del denaro.
Cosa successe in passato
Nelle precedenti crisi petrolifere degli anni ’70, in concomitanza con la guerra dello Yom Kippur e con la rivoluzione iraniana del 1979, ma anche durante la prima guerra del Golfo negli anni ‘90, erano stati i prezzi del petrolio, saliti di oltre il doppio e per un periodo prolungato, a spingere l’inflazione e a far intervenire di conseguenza le banche centrali. L’innalzamento dei tassi di interesse impattarono negativamente su un’economia non in salute, provocando il crollo dei mercati azionari con l’S&P sceso di oltre 15 punti percentuali e innescando la recessione negli Stati Uniti e in Europa. Un timore questo che dovrebbe indurre qualche pensiero anche nel gioioso presidente Usa, che ora esulta per il rialzo del prezzo del greggio.