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Il prezzo delle fake news: impatto economico di 417 miliardi tra false recensioni e truffe

Uno studio di Sopra Steria spiega che la disinformazione è diventato un mercato parallelo che drena risorse e corrode la fiducia. L’intelligenza artificiale accelera la produzione e distribuzione di contenuti fasulli di massa
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ROMA – La disinformazione non è più soltanto una nube tossica che avvelena il dibattito pubblico. È ormai una macchina economica, un mercato parallelo che sposta denaro, altera scelte, corrode la fiducia (uno dei pilastri di un’economia sana). Un fenomeno, spesso raccontato come astratto, si rivela dunque un’imposta occulta su economie, imprese e istituzioni. Con quali danni?

L’impatto

Uno studio di Sopra Steria stima in 417 miliardi di dollari (nel 2024) il costo della manipolazione dell’informazione su scala globale. Di questi miliardi, 393 sono flussi finanziari deviati e 10, costi sociali.

Altri 14 miliardi sono costi politici perché le istituzioni devono investire per proteggere la verità e contrastare i falsi d’autore. Pensiamo alle campagne di spot che i go…

ROMA – La disinformazione non è più soltanto una nube tossica che avvelena il dibattito pubblico. È ormai una macchina economica, un mercato parallelo che sposta denaro, altera scelte, corrode la fiducia (uno dei pilastri di un’economia sana). Un fenomeno, spesso raccontato come astratto, si rivela dunque un’imposta occulta su economie, imprese e istituzioni. Con quali danni?

L’impatto

Uno studio di Sopra Steria stima in 417 miliardi di dollari (nel 2024) il costo della manipolazione dell’informazione su scala globale. Di questi miliardi, 393 sono flussi finanziari deviati e 10, costi sociali.

Altri 14 miliardi sono costi politici perché le istituzioni devono investire per proteggere la verità e contrastare i falsi d’autore. Pensiamo alle campagne di spot che i governi promuovono per metterci al corrente di pericoli sempre nuovi e più sofisticati.

Più in dettaglio, il report segnala che spese dei consumatori per 227 miliardi di dollari sono state influenzate da recensioni fasulle, presenti in Rete anche sui social. I consumatori sono danneggiati perché mettono i loro soldi in prodotti e servizi che non meritavano fiducia, o quantomeno non del tutto. Aziende manipolatrici sottraggono risorse a quelle sane, con un vistoso danno alla concorrenza.

Stefania Pompili, ad di Sopra Steria Italia 

La fiducia

A questi 227 miliardi si aggiungono 5,5 miliardi persi in truffe nel settore delle criptovalute, comprese quelle note come pig butchering. Abili manipolatori conquistano la fiducia di persone che hanno denaro liquido e, poco alla volta, le convincono a investimenti ingenti dietro promessa di guadagni fuori mercato. Guadagni che non arriveranno mai.

La disinformazione si è industrializzata. Se un tempo era artigianato propagandistico, oggi è catena di montaggio digitale e algoritmica. Lo studio di Sopra Steria sottolinea che l’intelligenza artificiale generativa cambia scala e velocità del fenomeno, rendendo più semplice produrre e diffondere contenuti ingannevoli in massa.

Nel report, l’IA viene indicata come un moltiplicatore dell’impatto economico, con un effetto stimato tra il 15% e il 20%. Non tutti sono in grado di capire, ad esempio, che quella personalità pubblica – impegnata a caldeggiare un investimento – è un deepfake, un video falso.

Le credenziali

Fonti accreditate sostengono inoltre che le associazioni criminali dell’inganno sono in grado di spedire una email ruba-credenziali ogni 19 secondi a ogni cittadino di Pianeta. Merito dell’intelligenza artificiale che, peraltro, rende sempre più credibili i messaggi.

Lo studio insiste anche su un altro punto decisivo: la disinformazione non mina solo la verità, mina la fiducia, e la fiducia è la materia prima dell’economia. Il settore finanziario è tra i più esposti proprio perché vive su due pilastri fragili e decisivi, informazioni e credibilità.

Il paradosso delle risorse

Le dinamiche negative sono molteplici. Chi ha del denaro e viene beffato manca delle risorse per investire ancora. Soprattutto assume un atteggiamento difensivo. Tiene i soldi sopravvissuti alla frode sul conto corrente, senza tentare altri investimenti, perché teme nuove beffe.

Chi viene beffato racconta la sua esperienza a parenti, amici, magari a centinaia di persone via social. E anche queste persone perdono fiducia e si arroccano in atteggiamenti protettivi.

C’è poi un paradosso che attraversa tutto il rapporto. Chi produce disinformazione incassa molto, chi la combatte ha risorse limitate. Un esempio citato è quello di un social di punta, che avrebbe generato 16,4 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari da contenuti fraudolenti, mentre il budget globale destinato alle iniziative di verifica o fact-checking non supera i 100 milioni di dollari.

Le risposte artigianali

Da qui la conclusione politica e strategica del lavoro. Serve una resistenza informativa europea. Per Sopra Steria, aziende e istituzioni dovrebbero trattare la disinformazione come vent’anni fa la cybersicurezza. Non come un problema laterale, ma come una dimensione strutturale del rischio.

Questo significa investire in monitoraggio, rilevazione, risposta, cooperazione tra pubblico e privato, ricerca, competenze, tecnologie di autenticazione e difesa. Perché se la disinformazione è ormai una filiera industriale, la risposta non può più essere artigianale.

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