Il blocco via mare alle petroliere nello stretto di Hormuz si ripercuote nei cieli di tutto il mondo. Spazzata via l’illusione della “guerra breve”, con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente i timori sugli approvvigionamenti stravolgono le strategie delle compagnie aeree. Costrette a fare i conti con il raddoppio del prezzo del jet-fuel e la prospettiva che tra qualche mese le forniture potrebbero non essere sufficienti a soddisfare la domanda. E così sono iniziate le contromosse, dal taglio delle partenze all’adeguamento del costo del biglietto. Pessime notizie per milioni di passeggeri che in questo periodo organizzano le vacanze estive e bloccano le prenotazioni. Già sicuri della stangata.
I primi a muoversi sono stati i vettori asiatici, quelli che operano magg…
Il blocco via mare alle petroliere nello stretto di Hormuz si ripercuote nei cieli di tutto il mondo. Spazzata via l’illusione della “guerra breve”, con il protrarsi del conflitto in Medio Oriente i timori sugli approvvigionamenti stravolgono le strategie delle compagnie aeree. Costrette a fare i conti con il raddoppio del prezzo del jet-fuel e la prospettiva che tra qualche mese le forniture potrebbero non essere sufficienti a soddisfare la domanda. E così sono iniziate le contromosse, dal taglio delle partenze all’adeguamento del costo del biglietto. Pessime notizie per milioni di passeggeri che in questo periodo organizzano le vacanze estive e bloccano le prenotazioni. Già sicuri della stangata.
I primi a muoversi sono stati i vettori asiatici, quelli che operano maggiormente proprio nelle aree coinvolte dalle azioni militari. Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways sono state costrette a fermi operativi e parziali riaperture, con ripercussioni sul flusso dei voli e sui prezzi dei ticket. E sull’intero sistema, considerato che tra Dubai, Doha e Abu Dhabi transita il 10% del traffico mondiale. Il contagio si è rapidamente esteso, così anche le risposte degli operatori. Qantas, Cathay Pacific, Air India, Air New Zealand hanno alzato le tariffe. In scia, a metà marzo Air France-Klm ha annunciato un rincaro di 50 euro sui biglietti economy di andata e ritorno per i viaggi intercontinentali.
Le misure delle compagnie aeree
Ryanair sta valutando la soppressione del 5-10% dei voli tra giugno, luglio e agosto e un aumento delle spese per i passeggeri del 4%. Il nodo è la durata della guerra. «Non prevediamo carenze di carburante nel breve termine, ma la situazione è in evoluzione - fa sapere la low cost - Al momento i nostri fornitori di carburante possono garantire le forniture fino a metà o fine maggio». Ma se non ci sarà una tregua e una ripresa dei normali flussi commerciali entro giugno, «non possiamo escludere rischi per le forniture di carburante in alcuni aeroporti europei».
Anche la valutazione di Lufthansa dipende dalle tempistiche. La disponibilità di cherosene è legata alla crisi nel Golfo, più a lungo la rotta rimarrà impraticabile, «più la sicurezza degli approvvigionamenti diventerà critica», ha dichiarato in un’intervista a Die Welt Grazia Vittadini, responsabile per tecnologia, It e innovazione. Il fabbisogno per il 2026 è garantito all’80%, anche con clausole di copertura che tutelano le compagnie contro l’andamento dei prezzi. «Ma anche noi risentiamo degli aumenti dei costi», ha chiosato. Da contrastare con una correzione degli importi delle carte d’imbarco. Nell’ipotesi di scenario peggiore, l’azienda valuta di lasciare a terra 40 dei 737 aerei che compongono la sua flotta. Tra questi, anche quelli di ITA Airways, di cui possiede il 41%. Se il fermo del 5,4% dei velivoli venisse applicato in maniera lineare su tutti i marchi del gruppo tedesco, potrebbe riguardare circa 3-4 aerei della compagnia italiana (100 i mezzi di linea, 25 dei quali ora in manutenzione). Di «ricadute inevitabili sui prezzi» ha parlato il country manager per l’Italia di easyJet, Lorenzo Lagorio. «Gli aumenti toccheranno tutti gli operatori - ha assicurato - se diventano strutturali, si rifletteranno sulle tariffe». È corsa ai ripari anche Scandinavian Airlines, che ha già sforbiciato qualche centinaio di decolli e ad aprile ha previsto di cancellane un migliaio.
Lo slalom dei viaggiatori tra i rincari non si ferma però qui. Alcune compagnie hanno infatti deciso di non ritoccare in maniera evidente il costo del biglietto base, ma di gonfiare i supplementi per arrivare comunque a tariffe più alte. È il caso di JetBlue, la prima ad annunciare a fine marzo che a causa del lievitare «dei costi operativi» avrebbe alzato il prezzo del bagaglio. Il primo registrato su un volo nazionale passa da 35 a 39 dollari (+11%), e nei periodi più richiesti (come festività o mesi estivi) da 40 a 49 dollari (+22%). Sul secondo bagaglio la tariffa sale di 9 dollari e diventa di 59 (+18%) o 69 (+15%) a seconda della stagione. Stessa scelta di United Airlines, che ha imposto 10 dollari in più per prima e seconda valigia in stiva, passate così a 45 e 55 dollari. Dopo aver già ridotto le partenze. Strategie per arginare gli effetti della guerra in Medio Oriente. E che si aggiungono al generale aumento dei prezzi con cui si stanno scontrando un po’ ovunque i consumatori, rassegnati a una cara estate.