ROMA – Cinque giorni per sfiorare la rottura con le imprese e poi ricucirla in extremis. Tanto è durata la “quasi crisi” tra il governo Meloni e il mondo produttivo, aperta venerdì 27 marzo nel Consiglio dei ministri con il taglio di due terzi agli incentivi di Transizione 5.0. E chiusa il primo aprile al Mimit con una retromarcia totale: fondo ripristinato, 200 milioni in più, tavolo pacificato. In mezzo, però, resta la verità che pesa più dell’incidente: i conti pubblici ballano sul filo di un deficit sopra il 3%, e con una coperta così corta il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha provato a salvare il salvabile, scaricando il costo della stretta proprio sulle imprese.
Il governo aveva promesso a novembre di tenere dentro le aziende rimaste in coda sul …
ROMA – Cinque giorni per sfiorare la rottura con le imprese e poi ricucirla in extremis. Tanto è durata la “quasi crisi” tra il governo Meloni e il mondo produttivo, aperta venerdì 27 marzo nel Consiglio dei ministri con il taglio di due terzi agli incentivi di Transizione 5.0. E chiusa il primo aprile al Mimit con una retromarcia totale: fondo ripristinato, 200 milioni in più, tavolo pacificato. In mezzo, però, resta la verità che pesa più dell’incidente: i conti pubblici ballano sul filo di un deficit sopra il 3%, e con una coperta così corta il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha provato a salvare il salvabile, scaricando il costo della stretta proprio sulle imprese.
Il governo aveva promesso a novembre di tenere dentro le aziende rimaste in coda sul bonus 5.0. La legge di bilancio aveva stanziato 1,3 miliardi. Le richieste sono poi salite a circa 1,65 miliardi. Ma nel decreto fiscale approvato venerdì 27 marzo il fondo viene ridotto a 537 milioni: nei fatti, un taglio del 65%, con il riconoscimento del 35% del credito atteso per oltre 7mila imprese. Una sforbiciata brutale, tanto più indigesta perché retroattiva: colpisce investimenti in efficienza energetica già avviati o programmati sulla base di impegni presi dal governo.
Gli esodati 5.0
L’esito è scontato. Reagiscono d’impeto i vertici confindustriali. Il presidente Emanuele Orsini parla di «esodati 5.0», il vicepresidente Marco Nocivelli denuncia una lesione del legittimo affidamento, i territori confindustriali evocano ricorsi e rottura del patto di fiducia. Ma a muoversi non è soltanto Confindustria. Protestano Confapi, Confartigianato, Cna, Legacoop. Confcommercio parla di imprese «spiazzate e in allarme», Confesercenti segnala il rischio su investimenti diffusi, soprattutto nel turismo e nelle reti del commercio. Per qualche giorno il governo si ritrova contro quasi tutto il fronte produttivo.
Il deficit che oscilla attorno al 3%
Il taglio, però, non nasce nel vuoto. Dietro c’è un problema di finanza pubblica che in quelle ore torna a mordere. Il deficit del 2025, stimato da Istat al 3,1% del Pil, è ancora in attesa della validazione finale di Eurostat. Il governo spera in un ricalcolo utile all’arrotondamento al 3%, abbastanza da uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Ma nessuno, a Palazzo Chigi e al Tesoro, può più contarci davvero. E intanto peggiorano anche le prospettive per il 2026: il 2,8% indicato nelle stime precedenti appare sempre meno realistico, mentre prende corpo l’idea che il deficit resterà stabilmente sopra il 3% anche quest’anno, complice il rallentamento del Pil, la crisi mediorientale e il ritorno dell’inflazione energetica.
Non è un caso che il nuovo Documento di finanza pubblica sia atteso solo dopo le comunicazioni finali di Istat a Eurostat del 20 aprile e, con ogni probabilità, con un impianto quasi solo tendenziale. In questo quadro il Tesoro ragiona come se margini non ce ne fossero più. Se il deficit resta davvero sopra il 3%, saltano spazi preziosi: meno flessibilità per la manovra, meno agibilità per nuovi aiuti contro il caro energia, meno spazio per intervenire senza aprire un altro fronte con Bruxelles.
I cinque giorni di scontro
Ecco spiegati i “cinque giorni” dello strappo con le imprese. Giorgetti sceglie di “prelevare” 763 milioni dal fondo 5.0 per costruirsi un margine per l’emergenza. «Bisogna decidere chi aiutare», prova a spiegare mentre la protesta degli industriali monta. Sa che deve rifinanziare il decreto accise, come poi avviene il 3 aprile. Per le aziende, però, quel ragionamento non regge. Perché Transizione 5.0 non viene percepita come un incentivo futuro sacrificabile, ma come un rimborso dovuto su spese fatte. Da qui la durezza della rivolta.
Viale dell’Astronomia legge la stretta come una rottura unilaterale del patto. Non è solo un contenzioso tecnico sul credito d’imposta: è un conflitto politico sul rapporto di affidabilità tra esecutivo e sistema produttivo. E così mentre al Mimit si prepara il tavolo con le categorie, l’esecutivo cerca una via d’uscita. Si ragiona su congelamento della norma, sterilizzazione del prelievo, coperture alternative. L’obiettivo diventa evitare uno strappo vero con le imprese senza rinunciare del tutto alla linea del rigore.
Non è un pesce d’aprile
Il primo aprile, al tavolo convocato dal ministro delle imprese Adolfo Urso a Palazzo Piacentini, la mediazione è già sostanzialmente chiusa. L’ha chiusa Orsini che arriva in anticipo di un’ora, si impunta a lungo con Urso e con il ministro del Pnrr Tommaso Foti. Il grande assente è Giorgetti. Il titolare dell’Economia non si presenta. Manda il viceministro Maurizio Leo, che poco dopo annuncia al tavolo con le undici associazioni d’impresa il ripristino dell’intero fondo da 1,3 miliardi e l’aggiunta di altri 200 milioni.
In tutto, un miliardo e mezzo. Non 1,65 miliardi, cioè l’intera massa delle richieste. Ed è lo stesso Urso a spiegarlo: salire fino a quella soglia avrebbe significato caricare per intero l’onere sul 2025, facendo lievitare un deficit già in bilico sopra il 3%. Fermarsi a 1,5 miliardi consente invece di contenere l’impatto sui conti e di spostare il peso sul 2026. Anche il compromesso finale, dunque, porta il segno della stessa fragilità da cui era nato lo scontro.
Il ministro dell’Economia nel mirino
La toppa regge, ma non cancella il giudizio delle imprese. Orsini prende atto della correzione e la accoglie positivamente: «Non si arriva al 100% dei fondi, ma ci avviciniamo». Poi distribuisce i meriti: apprezzamento per il tavolo e «anche per il ministro Urso per la difesa dell’industria». Una frase che vale quasi più dei numeri. Perché nelle stesse ore in cui il ministro delle Imprese viene dato nei retroscena di Palazzo come indebolito e sostituibile, il mondo produttivo gli riconosce il ruolo di argine alla linea del Tesoro. Il bersaglio implicito, invece, è proprio Giorgetti: assente al tavolo, presente in filigrana come l’uomo che ha tagliato, salvo poi dover cedere.
Si chiude così una crisi lampo che ha messo a nudo la nuova realtà dei rapporti tra governo e imprese, ormai fuori dalla luna di miele. Con i conti in fibrillazione e il deficit sospeso sopra il 3%, ogni emergenza rischia di essere finanziata contro qualcun altro. Stavolta è toccato a Transizione 5.0.