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Il petrolio frena la corsa ma resta l’emergenza: “È la peggior crisi di sempre”

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Il greggio sopra i 110 dollari al barile, gas in rialzo, Borse in rosso. Birol (Iea): “Più danni che negli shock del 1973, 1979 e 2022 messi insieme”
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DOHA – Il petrolio corre, ma soprattutto sparisce. Nelle ore in cui la crisi nel Golfo entra in una fase più acuta il mercato fisico del greggio mostra una tensione rara: c’è la domanda ma manca l’offerta, a qualsiasi prezzo. L’agenzia di stampa Bloomberg spiega che ieri per i cinque tipi di greggio che contribuiscono a formare il valore del Brent del Mare del Nord con consegna immediata – uno dei riferimenti globali – si sono registrate ben dodici offerte di acquisto senza venditori. Un segnale netto di scarsità reale, non solo finanziaria.

I prezzi del greggio riflettono in pieno questa dinamica, continuando la loro corsa. Certo non tranquillizzano i mercati le dichiarazioni stentoree di Donald Trump, che anzi invertono un andamento iniziale con i prezzi in leggero calo. Invece, al passo con l’escalation, il Wti americano si muove sopra i 116-117 dollari al barile, con punte a 117 dollari, per poi chiudere a 111, mentre il Brent oscilla tra 110 e 111 dollari, con un progresso d…

DOHA – Il petrolio corre, ma soprattutto sparisce. Nelle ore in cui la crisi nel Golfo entra in una fase più acuta il mercato fisico del greggio mostra una tensione rara: c’è la domanda ma manca l’offerta, a qualsiasi prezzo. L’agenzia di stampa Bloomberg spiega che ieri per i cinque tipi di greggio che contribuiscono a formare il valore del Brent del Mare del Nord con consegna immediata – uno dei riferimenti globali – si sono registrate ben dodici offerte di acquisto senza venditori. Un segnale netto di scarsità reale, non solo finanziaria.

I prezzi del greggio riflettono in pieno questa dinamica, continuando la loro corsa. Certo non tranquillizzano i mercati le dichiarazioni stentoree di Donald Trump, che anzi invertono un andamento iniziale con i prezzi in leggero calo. Invece, al passo con l’escalation, il Wti americano si muove sopra i 116-117 dollari al barile, con punte a 117 dollari, per poi chiudere a 111, mentre il Brent oscilla tra 110 e 111 dollari, con un progresso di poco superiore all’1,5% che in serata si riduce fino a 105 dollari.

È una nuova anomalia che si affaccia sul mercato: il Wti che tratta sopra il Brent è un evento raro spiegato da tensioni immediate sulla consegna fisica, ma anche dalle aspettative degli operatori. La stragrande maggioranza dei contratti futures, infatti, si concentra in queste settimane proprio sul Wti, il greggio di provenienza americana; se le aspettative sono nere la speculazione batte su quei contratti e i prezzi per le consegne a scadenza del Wti salgono a dismisura. Come salgono i prezzi del gas, ieri trattato oltre i 52 euro al Ttf di Amsterdam.

Note gravi su uno spartito che già segna un tempo difficile. A marzo la produzione dei Paesi Opec è diminuita di 7,56 milioni di barili al giorno, scendendo a circa 22 milioni: un calo del 25%, il più ampio da quando, oltre trent’anni fa, si è cominciato a raccogliere i dati.

Le stime indicano anche per aprile una riduzione fino a oltre 9 milioni di barili al giorno nei principali Paesi del Golfo. Anche nel migliore dei casi - che per ora non appare all’orizzonte - ci vorranno mesi per riavviare la catena dei trasporti petroliferi. Intanto il traffico nello Stretto di Hormuz resta limitato, ben al di sotto dei circa 20 milioni di barili giornalieri che transitavano nel 2025. Le conseguenze? Sempre ieri Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency che ormai - vista la situazione - è una delle voci più celebri del pianeta, ha definito quella in corso «una crisi del petrolio e del gas più grave di quelle del 1973, 1979 e 2022 messe insieme». Per Birol «il mondo non ha mai sperimentato un’interruzione dell’approvvigionamento energetico di questa portata». L’Aie segnala che il rilascio di parte delle riserve strategiche è già in corso, ma avverte che la normalizzazione dipende sempre dalla riapertura dello Stretto di Hormuz.

I mercati finanziari reagiscono in modo lineare e negativo. Le Borse europee chiudono in calo: Parigi -0,45%, Francoforte -1,03%, Londra -0,83%, Milano -0,47%. A Wall Street, Dow Jones -0,18%, Nasdaq +0,10%, S&P 500 +0,08%. Sul fronte dei tassi, i rendimenti salgono. Il Bund tedesco a dieci anni supera il 3% (3,03%), l’Oat francese si attesta al 3,72%. È il riflesso diretto delle attese di inflazione: prezzi energetici più alti implicano condizioni finanziarie più restrittive. E in fondo si tratta di reazioni anche contenute di fronte alla tempesta perfetta sull’economia mondiale che sempre si evoca ma che questa volta soffia davvero minacciosa.

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