ROMA - Un uomo solo al comando. Circondato da pochi fedelissimi. Scelti personalmente, uno per uno. Come Simone Ungaro, capo della strategia del gruppo. Come Helga Cossu, ex giornalista di Skytg24, in rapida ascesa: assunta nel 2023, poi nominata direttore generale della Fondazione Leonardo, in rotta con Luciano Violante, infine messa a capo di una nuova maxi unità creata ad hoc. L’incarico dice tutto: responsabile della strategia globale di brand, identità digitale e iniziative di outreach del gruppo. Ecco la colpa di Roberto Cingolani secondo palazzo Chigi. Così grave da costargli la riconferma alla guida del colosso della difesa.
A dare il senso della distanza che la premier Giorgia Meloni ha preso dal manager che proprio lei,…
ROMA - Un uomo solo al comando. Circondato da pochi fedelissimi. Scelti personalmente, uno per uno. Come Simone Ungaro, capo della strategia del gruppo. Come Helga Cossu, ex giornalista di Skytg24, in rapida ascesa: assunta nel 2023, poi nominata direttore generale della Fondazione Leonardo, in rotta con Luciano Violante, infine messa a capo di una nuova maxi unità creata ad hoc. L’incarico dice tutto: responsabile della strategia globale di brand, identità digitale e iniziative di outreach del gruppo. Ecco la colpa di Roberto Cingolani secondo palazzo Chigi. Così grave da costargli la riconferma alla guida del colosso della difesa.
A dare il senso della distanza che la premier Giorgia Meloni ha preso dal manager che proprio lei, appena arrivata al governo, ha voluto prima come “consigliere sulla crisi del gas” e poi alla guida di Leonardo, è un faldone finito sulla sua scrivania. Dentro c’è anche l’ordine del giorno, firmato da Cingolani il 13 marzo scorso, per la promozione di Cossu.
Ma il grande gelo non ha a che fare solo con la gestione manageriale, che vista da palazzo Chigi annovera anche l’errore dell’allontanamento di diversi manager graditi al governo. A Cingolani vengono imputate strategie sbagliate. Così «impavide», come le definisce una fonte dell’esecutivo, da creare problemi con diversi Paesi. Tra questi c’è l’Arabia Saudita: a differenza dell’ad di Fincantieri Pierroberto Folgiero, Cingolani – è la tesi dell’esecutivo – si sarebbe dimostrato respingente alla richiesta di trasferimenti di tecnologie e co-produzioni.
Il caso Michelangelo Dome
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è da ricondurre a Michelangelo Dome, la “cupola” di protezione per aria, terra, mare, spazio e cyber. Nell’Europa dove ogni Paese sta costruendo una sua difesa antiaerea e antimissili, Leonardo si propone come “aggregatore” dato che, tra le altre cose, produce i radar per i britannici, e il missile Mbda Aster30, con capacità antibalistiche, è adottato anche da Francia, Gran Bretagna e Danimarca.
Il problema – è la critica – riguarda il modo in cui il progetto è stato presentato. Come un sistema operativo, non come un concetto. Una fuga in avanti che avrebbe irritato l’amministrazione Trump, in protesta contro Roma: il piano sarebbe stato considerato una sfida al Golden Dome, lo scudo spaziale da centinaia di miliardi che sta a cuore al presidente Donald Trump. Senza contare che l’idea sarebbe stata accolta in Europa all’insegna dell’ilarità da parte del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del presidente francese Emmanuel Macron.
Gli accordi strategici
È di fronte a questa catena di «incidenti» che la presidente del Consiglio avrebbe deciso per un cambio di passo a Leonardo. L’orientamento sarebbe maturato già a gennaio. Annusata l’aria ostile, Cingolani avrebbe chiesto udienza, ma in cambio avrebbe ricevuto un secco no. Nei palazzi romani circola anche un’altra ricostruzione: i due avrebbero avuto più di un confronto acceso.
Nervi tesi, rapporti sempre più sfilacciati. Nella lista delle “colpe” di Cingolani anche il fatto di aver concluso accordi strategici che però non si sono tradotti in prodotti. Dall’intesa sui mezzi corazzati con Rheinmetall, che vale circa 13 miliardi solo per le commesse della Difesa, non ha visto la luce neppure un veicolo made in Italy.
Stesso ragionamento per i droni Baykar: oltre a irritare gli Usa, l’accordo con i turchi non ha prodotto neppure un prototipo della versione italianizzata del Bayraktar, che Leonardo sta spingendo per far adottare dalle forze armate. Ancora: l’accordo sui satelliti con Thales, che non ha avuto ricadute operative. Errori, sottovalutazioni, troppa autonomia. Ecco il conto per Cingolani.