Confcommercio frena sul decreto Primo maggio: “Azzardo agire in fretta”
di Valentina ConteROMA – «Ma che senso ha tutto questo agitarsi? Cosa c’entra la lotta al lavoro povero con la fretta di uscire a ogni costo per il Primo maggio?». Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio, non usa filtri per commentare il cambio di rotta del governo, che avrebbe deciso di far cadere la delega sul salario “giusto” per infilare la norma in un decreto legge da approvare in Cdm il 30 aprile.
Spot e bonus non servono
Per Lusetti, la data sul calendario è un’ossessione che oscura il merito: «La lotta al lavoro povero non si fa con uno spot o muovendo bonus. I lavoratori e le imprese ci sono tutti i giorni, non solo alla festa del Primo maggio». Dopo i sindacati confederali e i partiti di opposizione, Lusetti e i commercianti aggiungono alt…
ROMA – «Ma che senso ha tutto questo agitarsi? Cosa c’entra la lotta al lavoro povero con la fretta di uscire a ogni costo per il Primo maggio?». Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio, non usa filtri per commentare il cambio di rotta del governo, che avrebbe deciso di far cadere la delega sul salario “giusto” per infilare la norma in un decreto legge da approvare in Cdm il 30 aprile.
Spot e bonus non servono
Per Lusetti, la data sul calendario è un’ossessione che oscura il merito: «La lotta al lavoro povero non si fa con uno spot o muovendo bonus. I lavoratori e le imprese ci sono tutti i giorni, non solo alla festa del Primo maggio». Dopo i sindacati confederali e i partiti di opposizione, Lusetti e i commercianti aggiungono altre critiche alla strategia illustrata dal sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon su Repubblica: «Siamo diventati tutti costituzionalisti. Nessuno vuole limitare la libertà sindacale dell’articolo 39. Ma esiste anche l’articolo 36 che prevede un salario giusto per un’esistenza dignitosa. Il problema non è la libertà, ma la proliferazione di sigle, decuplicate in pochi anni, che firmano contratti al ribasso discriminando i lavoratori e danneggiando le imprese sane».
La trappola del contratto equivalente
L’idea di Durigon è quella di applicare il codice degli appalti, laddove si parla di contratti equivalenti. «Ma se rimaniamo in superficie facciamo solo confusione. L’equivalenza non è solo economica: servono istituti di qualità come sanità integrativa, previdenza, permessi. E il principio deve essere nazionale, non derogabile sul territorio, altrimenti l’equivalenza diventa una trappola. Soprattutto al Sud, dove questi contrattini proliferano. Evitiamo di far rientrare dalla finestra quello che a parole scansiamo, dandogli legittimità normativa».
Il tavolo del governo e quello delle parti
Al momento non ci sono tavoli di confronto: «Non siamo stati chiamati. In ogni caso, ritengo un azzardo agire per decreto mentre le parti sociali stanno discutendo seriamente di rappresentanza e modalità di rinnovo dei contratti. Mi pare una logica lontana anni luce dalla risoluzione dei problemi». Lusetti cita lo studio della Cisl per dimostrare che la contrattazione leader sta già recuperando l’inflazione e accorciando i tempi dei rinnovi: «I contratti non possono aspettare dieci anni, ma conta la volontà delle parti, come visto con i metalmeccanici. Temo l’intervento della politica quando le parti dimostrano di potersi autodeterminare».
Accordi e guerra
Confcommercio gestisce il contratto più applicato d’Italia nel terziario che riguarda 5 milioni di lavoratrici e lavoratori. «Scade nel primo trimestre del 2027. A settembre avremo le nuove piattaforme. Vorremmo arrivarci con un accordo sulla rappresentanza chiuso con Cgil, Cisl e Uil. Sono ottimista». Lusetti conclude con uno sguardo al quadro globale: «Sembrava un anno sereno, ma la guerra ha sconvolto di nuovo tutto. Dovremo fare i conti con eventi straordinari, per questo non serve altra confusione. La lotta al lavoro povero richiede serietà, non interventi che sembrano spot e hanno solo il sapore della politica».